Elogio dell’errore

Luca_FerriIl bambino abbandona timidamente la mano del genitore e, barcollando prova a camminare da solo. Cade, si sbuccia un ginocchio, si rialza e di nuovo prova e cade. Si alza nuovamente e continuerà a cadere fin quando non imparerà a stare in piedi da solo. Così abbiamo imparato tutti a camminare e, se quel bambino che eravamo non avesse avuto un genitore che lo lasciava sbagliare, non saremmo in grado di fare la grande quantità di cose che siamo in grado di fare. Con il tempo perdiamo la capacità di osservare l’errore come un passo avanti verso la crescita, irrigidendoci sempre di più di fronte alle situazioni nuove in cui il margine di errore è una variabile da considerare. Nelle aziende questo fenomeno dà luogo ad atteggiamenti di passività, di scarsa propensione all’innovazione e rigidità di fronte ai cambiamenti. In un mondo che cambia con una velocità mai conosciuta in passato, la paura eccessiva dell’errore risulta essere una delle pericolose epidemie interne che possono mettere in crisi la competitività e la solidità dell’organizzazione.
Fin dall’infanzia cresciamo sbagliando e anche da adulti inciampiamo fino a quando non troviamo quella soluzione che è stata resa possibile solo grazie agli errori precedenti che, essendo vissuti come informazioni da capire e non sconfitte di cui vergognarsi, hanno fornito le indicazioni per arrivare ad esse. Se riusciamo a creare quella che viene chiamata sicurezza psicologica, ovvero quella dimensione in cui chi sbaglia non riceve sentenze mortificanti, potremo contare su persone stimolate ad osare e trovare nuove strade, quelle stesse persone che renderanno l’organizzazione viva e capace di reagire alle infinite variabili che mercati isterici come quelli attuali generano continuamente.

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