Troppi lavapiatti, serve uno chef

In questo perenne clima di incertezza, l’Italia sembra un ristorante in procinto di allestire la cena più importante dell’anno e che scopre con orrore, a poche ore dal banchetto, di non avere un cuoco in grado di dirigere efficacemente la cucina. Il banchetto amaro è così servito. Le nostre imprese hanno meno lavoro perché la domanda interna si è contratta (primo piatto) e molte di loro non hanno la massa critica e il know-how necessario per riuscire a vendere sui mercati emergenti in crescita (secondo piatto), controbilanciando il trend negativo nostrano. Dulcis in fundo altrettante hanno lavoro ma non vengono pagate perché i loro debitori privati sono stati lasciati a secco dall’inerzia del sistema bancario o perché il loro debitori pubblici, anche quando hanno i soldi, li tirano fuori col contagocce per non sforare il patto di stabilità.

La ricetta che potrebbe quantomeno salvarci la reputazione è la ristrutturazione sostanziale del rapporto stato-banca-impresa, ed è una ricetta di difficile esecuzione, sulla quale mettersi a lavorare subito. Il problema è appunto che non sembra presentarsi alla porta della nostra cucina l’abile chef che dovrebbe interpretarla ed eseguirla, ossia una governo forte. La politica è infatti la cinghia di trasmissione che dà impulso alle componenti del sistema economico e le combina in modo virtuoso: è il soggetto che deve fare pressione sulle istituzioni europee affinché decidano una volta per tutte che se non vogliono fare morire la nostra economia (e di riflesso anche la loro) devono consentire agli enti pubblici di pagare i propri debiti; è il soggetto che deve promuovere un serio patto per le imprese con tutte le banche italiane riluttanti a mettere in circolo l’enorme liquidità resa loro disponibile a costo quasi zero dalla Bce; è infine il soggetto che deve prendere a calci la propria architettura burocratica abbattendo tutti i suoi bizantinismi deliranti che sono un’ipoteca sulla competitività delle imprese.

Se trovassimo uno chef che iniziasse a cucinare di gran lena, forse inizieremmo a fare sentire forte la presenza delle nostre istituzioni in Italia e in Europa e per la prima volta, dopo mesi e mesi, miglioreremmo la nostra reputazione sul mercato, infondendo fiducia nei commensali e rendendo più semplice la stessa riuscita del banchetto. Ma la cucina italica sembra per ora popolata da tanti, troppi lavapiatti perennemente sospesi tra l’egoistica contrarietà a nominare chef qualsiasi collega e la pavida incapacità di prendere se stessi le redini della cucina, assumendosene tutte le responsabilità. Vedremo se il nostro ristorante nei prossimi mesi si meriterà le tre stelle Michelin o se dovrà mestamente continuare ad accontentarsi delle cinque grilline che ha già.

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