Auspici senza aruspici

“La verità è che oggi l’economia e i mercati non dipendono più solo dai numeri, ma anche dalle storie che ci raccontiamo.” Le parole del premio Nobel per l’economia Robert Shiller rappresentano uno spunto per domandarci come possiamo rispondere ai quesiti riguardanti l’andamento dell’economia e dei mercati finanziari nel 2020.
Se durante tutto il periodo dell’Impero Romano venivano consultati i sacerdoti aruspici per predire il futuro, lo stesso Giulio Cesare aveva un aruspice personale, oggi abbiamo fortunatamente più elementi per formulare previsioni di natura macroeconomica ed esperienza per capire quali comportamenti dovranno adottare gli investitori.
Dopo un 2018 disastroso per i mercati finanziari, l’anno appena conclusosi ha regalato grosse soddisfazioni a tutti coloro che hanno approcciato i mercati con il giusto grado di rischio, pur in un contesto macroeconomico immutato. Lo scenario che avremo di fronte per i prossimi anni sembra molto chiaro: bassi rendimenti e incertezze politiche globali persisteranno. Possono essere definiti fattori che rappresentano una nuova normalità?
In presenza di una crescita economica mondiale sufficientemente robusta continueremo ad assistere ad un’assenza di fattori inflattivi determinata da una mancanza di crescita della produttività e da una scarsa circolazione del denaro, soprattutto in Europa. In Italia, a riguardo, è ormai consolidato il trend di discesa dei prestiti verso le imprese da parte degli istituti bancari che preferiscono parcheggiare la liquidità presso la Bce a scapito di chi costruisce valore per l’economia. In una realtà di tassi negativi l’investitore necessariamente si vedrà costretto a cambiare paradigma, in quanto chi alloca i propri risparmi sui mercati monetari ha un’unica certezza: quella di perdere soldi. Esiste in Europa ed ancor di più nel nostro Paese un bias culturale contro il possesso di azioni, occorre far proprio l’approccio del value investing per sfruttare la sistemica volatilità dei mercati dell’economia reale, partendo dalla consapevolezza che il prezzo di un’azione oscilla in modo più volatile rispetto al valore intrinseco dei suoi fondamentali. Incrementare gli asset azionari nei momenti di forte debolezza dei mercati genera nel medio-lungo periodo una redditività significativamente superiore all’investimento risk free.
A tal riguardo l’esperienza dei fondi sovrani può venirci in aiuto. Con più di 8.100 mld di euro gestiti possono essere considerati tra i più sofisticati investitori istituzionali. Il maggiore tra tutti è il fondo sovrano norvegese, che da solo gestisce oltre 1.000 miliardi di euro e controlla più del 5% del mercato azionario italiano. Ampiamente diversificato, ha generato ritorni medi dal 2002 al 2006 di circa 8,7% annui. Nel biennio di crisi 2007-2008 il suo rendimento è stato negativo di circa 20% annui. Nell’ultimo decennio invece la sua performance è stata del 9,8% annuo con una volatilità del 12%.
Focalizzarsi sui cambiamenti strutturali e sui megatrend, sfruttare la crescita dei mercati emergenti, il loro sviluppo demografico e di ricchezza, cavalcare la trasformazione digitale dell’economia, sensibilizzarsi alle sfide sulla sostenibilità del climate change, rappresentano sicuramente opportunità da cogliere.
Imporsi di abbandonare pregiudizi e stereotipi verso strategie di investimento più rischiose ed illiquide, ampliare l’orizzonte non guardando solo cosa accadrà nel mondo nei prossimi dodici mesi, ma chiedersi come sarà tra cinque o dieci anni permetterà all’investitore di non approcciare il futuro come fece l’Imperatore Romano con l’aruspice Spurinna.

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