Il nuovo paradigma

L’essere umano adulto è disposto a mettere la propria energia per imparare qualcosa di nuovo, o a fare diversamente ciò che già sa fare, solo quando trova un vantaggio, quando trova il suo perché.
Al nostro cervello, che ogni secondo riceve 10 miliardi di bit ma ne elabora solamente 40, apprendere qualcosa di nuovo costa molta fatica, nonostante ciò il cambiamento ha sempre rappresentato una costante per il genere umano.
Il passaggio dallo status quo (paradigma) ad un nuovo modello passa inevitabilmente per una iniziale forte resistenza che sfocia in una fase di crisi, la stessa però è in grado di generare, attraverso il desiderio, una nuova scelta consapevole che matura, evolve e partorisce il nuovo pensiero.
In cinese l’ideogramma che esprime il concetto di crisi combina due caratteri: uno è il simbolo di “pericolo”, l’altro di “opportunità”.
Lo stesso aspetto dualistico può essere attribuito al cambiamento, in quanto chiede alle persone di rimettere in discussione le proprie certezze e può quindi essere percepito come una minaccia o una perdita di controllo, ma allo stesso tempo, vi si possono intravedere nuove occasioni e nuove risorse da attivare.
Il conformismo, attraverso la piatta adesione alle opinioni, verso la chiusura a nuove idee e la difesa delle proprie aree di benessere, ed il negativismo che si manifesta con un atteggiamento mentale scettico e ipercritico verso il nuovo, che porta sempre ad esaltare gli aspetti negativi di una nuova proposta o di nuove idee proposte da altri, trascurandone invece gli aspetti positivi rappresentano i due maggiori ostacoli mentali e le due maggiori resistenze al nuovo modello di pensiero.
Accettare che le convinzioni, i valori, le idee, i giudizi a noi tanto cari non siano la realtà oggettiva, ma la nostra rappresentazione della realtà, ci permette di attivare tutte le risorse necessarie per confrontarci davvero con il nuovo per ciò che è in grado di portare, eliminando il pregiudizio.
Cercare di non generalizzare, di non prestare attenzione solo a certi aspetti della realtà trascurandone altri, di non deformarla, aiuta a prendere consapevolezza che la nostra mappa mentale non è il territorio.
Ottantotto giorni dopo le elezioni, passando attraverso il rischio della più grave crisi istituzionale dalla nascita della nostra Repubblica, si è insediato il nuovo Governo che ha nel suo contratto un programma di spese che per le sole voci di reddito di cittadinanza, Flax Tax, quota 100 e clausole Iva ammonta a 100 miliardi di euro ed a regime comporterà uscite stimate di 120 miliardi a fronte di coperture per solo mezzo miliardo.
Abbiamo vissuto momenti in cui si è parlato di progetti di uscita dall’Euro che avrebbero comportato, se realizzati, una svalutazione del nuovo conio di almeno il 30% per recuperare la competitività persa nei confronti dell’economia tedesca dalla partenza della moneta unica.
Abbiamo assistito a giornate in cui non si trovavano più compratori dei nostri titoli di stato, giornate in cui gli investitori prezzavano la percentuale di rischio Italexit al 20% facendo impennare in poche ore lo spread a 320 bp rispetto al bund tedesco.
Nonostante il nostro debito pubblico sia aumentato di soli 27 miliardi nell’ultimo anno, che la sua vita residua sia di quasi 83 mesi e la quota detenuta da investitori esteri pesi solamente per il 26,5% dello stesso (fonti maggio 2018 Bankitalia) non possiamo permetterci, dovendo rinnovare titoli per quasi 400 miliardi entro la fine del 2019, di fare proclami di ricalcolo o di non onorarne le scadenze mettendo a rischio l’intero impianto del nostro debito con tutte le drammatiche conseguenze che ne deriverebbero.
Il cambiamento è arrivato e deve essere accettato, anticorpi naturali e sistemici che possano proteggere rischi del nuovo modello esistono e i pregiudizi devono essere messi da parte.
Il tempo, come sempre giudice imparziale, ci farà conoscere se il nuovo paradigma avrà generato valore per il nostro paese e per tutti i suoi cittadini.

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