Il frigorifero di Eichmann

stefanocampani_optJonathan Littell, nel suo romanzo Le benevole, fa dire a Eichmann, il grigio gerarca che organizzò la deportazione ad Auschwitz di centinaia di migliaia di Ebrei ungheresi: “Noi non facciamo la guerra perché ogni tedesco abbia un frigorifero e una radio. Facciamo la guerra per purificare la Germania, per creare una Germania in cui avere voglia di vivere. Crede che mio fratello Helmut sia stato ucciso per un frigorifero? E lei – chiede Eichmann al protagonista del romanzo, l’ufficiale delle SS Maximilien Aue – lei ha combattuto a Stalingrado per un frigorifero?”. Queste parole sintetizzano uno dei cardini del pensiero di Popper: i peggiori crimini della storia sono stati compiuti in onore dei più grandi ideali.
In nome della religione si mozzano le teste, in nome dell’uguaglianza sono stati creati i gulag; in nome della libertà ha fatto su e giù la ghigliottina; per la Patria un secolo fa sono caduti sul Carso e sulle Dolomiti centinaia di migliaia di giovani italiani, mentre oggi muoiono in Ucraina i figli delle nostre badanti; nel nome della purezza della razza sono state create le camere a gas.
Farsi guidare dal sacro fuoco degli ideali raramente aiuta a risolvere i problemi. Bisognerebbe invece affrontare sempre le questioni complicate con un approccio laico e scientifico, lasciando parlare i numeri, facendo attenzione ai dettagli e al contesto, e puntando a realizzare obiettivi concreti anziché ambire alla palingenesi dell’universo.
Non stiamo discutendo di teoria. Al Parlamento Europeo il 30% dei seggi è occupato da forze politiche populiste, estremiste, spesso xenofobe, quasi sempre anti-Euro e antieuropeiste. Sapere che questi signori influenzano le decisioni che riguardano la nostra vita, dal dramma degli immigrati alle politiche sui debiti sovrani, dalle scelte di politica estera alla gestione delle multiutility, non è del tutto tranquillizzante.

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