Volevo solo vendere la pizza

Quanti di noi hanno sognato di aprire un piccola impresa da gestire in proprio e organizzare in base ai propri sogni e passioni? In tanti, sono sicura. Molti però, la maggioranza credo, avranno rinunciato al loro sogno appena entrati nella giungla della burocrazia in cui occorre districarsi per aprire anche l’attività più semplice. Basti solo pensare che in una recente classifica della Banca Mondiale, (Dove è più facile aprire un’impresa?), l’Italia è all’82° posto, addirittura dopo Kazakhistan, Serbia, Giordania e Colombia.

Un geniale giornalista dell’Espresso, Luigi Furini, ha cercato di compiere un’impresa epica e scoprire quali sono realmente le difficoltà di un cittadino qualunque che vuole aprire un’impresa e si è perciò addentrato nella lunghissima trafila per aprire una piccola pizzeria. Questa speciale inchiesta è diventata un libro molto interessante, che consiglio a tutti: “Volevo solo vendere la pizza, le disavventure di un piccolo imprenditore” (Garzanti, 2007).

Una tragicomica ed ironica avventura dai toni fantozziani. Furini racconta con tanti aneddoti spassosi, tra il serio e il faceto, la propria incredibile esperienza di peripezie durate due lunghissimi anni. Racconta così del primo periodo (sei mesi) trascorso nella miriade di corsi seguiti: da quello di primo soccorso a quello antincendio, passando per il corso sulla prevenzione degli infortuni. Narra delle migliaia di appuntamenti con commercialisti e avvocati. Informa le “lavoratrici gestanti” dei rischi che corrono ma solo quelle “di età superiore ad anni 15”. Poi c’è l’ASL con tutti i regolamenti sull’igiene, alcuni davvero strani, come ad esempio l’obbligo di installare e numerare le trappole per topi (non basta il topicida; vogliono fare una statistica?). O il decalogo che insegna quando bisogna lavarsi le mani. Per non parlare dell’acquisto di centinaia di marche da bollo, la compilazione (e pagamento) di un’infinità di bollettini postali. Morale della triste favola: dopo due anni di tortuosa corsa ad ostacoli, Furini chiude bottega e vende l’attività, sopraffatto dalle continue difficoltà.

Un volume scritto benissimo, ironico, lucido, esilarante, autorevole e onesto, poiché si tratta di una vera esperienza narrata in presa diretta, che mette benissimo in evidenza il ruolo della classe politica e delle forze sindacali che invece di aiutare le piccole imprese, tartassano i piccoli imprenditori su ogni fronte. Un atto d’accusa ed una critica riuscita verso un sistema inconcludente, che colpisce sempre i più deboli. Un libro denuncia che dovrebbe fare riflettere per cambiare e migliorare noi e il nostro Paese, liberandolo da certe incrostazioni. Se siete di quelli che pensano che i commercianti sono tutti ladri e che vivono da nababbi evadendo il fisco, questo è il vostro libro. Libro tragicomico cheriassume tutto quello che i piccoli imprenditori devono subire per arrivare ad aprire bottega. Rispecchia esattamente l’andazzo generale della burocrazia italiana, i cavilli e gli ostacoli che la nostra classe dirigente non vuol vedere. Furini, insegna anche a lottare contro il sistema, sempre a testa alta e con il sorriso sulle labbra. Racconto veritiero di una realtà quotidiana dove tutti possiamo riconoscerci.

L’eccessiva rigidità nei rapporti di lavoro porta ad un eccesso di flessibilità? Le leggi troppo restrittive spingono inevitabilmente verso l’economia sommersa e il lavoro nero? Sono i temi di discussione in questi mesi caldi; mentre si parla di crisi, stangate, tasse, pensioni, caste intoccabili e nessuna riforma strutturale. Quello di Gigi Furini non è un trattato di economia del lavoro. È “solo” il resoconto di due anni impossibili.

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