Le vie della politica sono infinite?

Il fondamento di legittimità dell’aspirazione politica è esterno alla politica dei “professionisti della poltrona”, anzi è proprio nella sua estraneità la forza della sua legittimità. Essere in qualche modo estranei all’idea comune di politica come carriera e professione, legata a filo diretto a concetti di compromesso, corruzione, incompetenza e inconcludenza, colloca la via della “scesa in politica” come la strada della salvezza dei popoli. L’individuo che incarna questo pensiero assume una figura di redentore: compie l’estremo gesto di lasciare la via beata in cui stava prima lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù, e merita massimo rispetto. C’è poco da ridere o anche da sorridere. E’ cosa seria. E’ una forma mentale perenne e universale, ricorrente nelle storia delle apparizioni politiche di benefattori che si accollano compiti provvidenziali. I re nascosti, “gli unti dal Signore”, uomini della Provvidenza, comunque li si denomini e quale che sia la forza sovrumana che li manda e dalla quale sono chiamati (un Dio, la storia, il partito, la libertà, la terra, ecc…) sono tra noi. La secolarizzazione del potere, permessa della democrazia, non li ha affatto scacciati. Li ha solo costretti a mimetizzarsi passando per procedure di riconoscimento democratico. Ma se solo si fa attenzione al linguaggio usato nella comunicazione politica, l’idea provvidenziale fa capolino ad ogni appuntamento importante, presentato come occasione ultima e risolutiva di riscatto dalla perdizione. Quell’idea è diffusa e va al di là degli schieramenti politici. L’invocazione di un Papa straniero, salvatore della patria è la dimostrazione che questa mentalità è penetrata profondamente nel modo comune di considerare la politica. C’è da scommettere che, se il futuro salvatore, proveniente dal mondo della finanza, dell’industria o dell’accademia, oppure dalla piazza, farà la sua apparizione utilizzando lo stesso linguaggio coerente con il concetto profetico di “discesa”: anche lui “scenderà” in politica e il suo non sarà un ingresso. Consapevole o meno del significato profondo di questo linguaggio, che ormai è entrato nella mente di noi che osserviamo, gli sembrerà del tutto normale parlare così. La parola chiave è scendere. Scendere da dove? Da una vita superiore. Scendere dove? In una vita inferiore? Per quale ragione? Per rispondere a un dovere al quale sacrificarsi. Quale dovere? Salvare un popolo avviato alla perdizione. Con quali mezzi? Mezzi politici. Dunque: scendere in politica. Non con i mezzi corrotti del passato però, ma con mezzi inediti e con compagni d’avventura nuovi di zecca. Tutto deve essere reso nuovo. Ciò che è vecchio sa di corruzione. Per questo si deve scendere dall’alto, dove c’è virtù, purezza, capacità di buone opere, e non dare l’impressione di salire dal basso, da dove nascono solo creature che si alimentano e vegetano nella pochezza.

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