Quando la ricchezza c’è, ma non si vede

Probabilmente per troppo tempo abbiamo pensato al denaro come ad un oggetto concreto imprescindibile per l’economia e, forse soprattutto, per la nostra sicurezza personale: abbiamo soldi nel portafogli, quindi siamo tranquilli. Scavando nella memoria, andando a ripensare ai nostri nonni e ai nostri padri, ritroveremo certamente discorsi e opinioni sulla certezza del possesso del denaro liquido, magari sotto la proverbiale mattonella. E poi ancora i mille dubbi suoi soldi messi in banca e sul valore effimero di assegni e cambiali. Immaginate ora di dover spiegare oggi ai vostri nonni di ieri il funzionamento e i vantaggi di una moneta complementare o di una criptovaluta…

Eppure le prime monete complementari hanno ormai la loro età, e sono frutto di una durissima crisi finanziaria, quella del 1929 e la relativa crisi di liquidità. All’epoca lo shock per la crisi faceva sì che tantissime imprese rinunciassero a reinvestire i propri capitali togliendo la fondamentale liquidità ai mercati. La pesante stagnazione dovuta a questa situazione fece spremere le meningi per creare un sistema finanziario alternativo che tornasse a far muovere l’economia. L’idea arrivò nel 1934 dalla Danimarca, dove una cooperativa mise in moto un sistema di credito senza contanti. Il sistema venne immediatamente adottato in Svizzera, dove un gruppo di imprenditori diedero vita al Wir, una valuta complementare che venne agganciata in parità al franco svizzero. Due anni dopo al sistema Wir venne concesso anche lo status di banca. I Wir in deposito non fruttavano alcun interesse, ma al contrario perdevano valore, pertanto l’incentivo era a farli circolare. La Wir Bank è ancora oggi molto attiva con 60.000 aziende appartenenti al circuito, è aperta anche al deposito in franchi di privati fuori dal sistema della moneta complementare ed ha succursali in tutta la Svizzera. Indubbiamente un percorso d’eccellenza a cui tutte le altre monete complementari guardano come un punto di riferimento.

Istruzioni per l’uso
Ma come funziona una moneta complementare? In parole molto semplici, se un’impresa Alfa decide di comprare qualcosa presso l’impresa Beta ma non ha soldi, la Beta può decidere di effettuare la vendita registrandola come credito di valuta complementare, mentre la Alfa registrerà un debito analogo. Sostanzialmente la moneta complementare dà un’unità di misura a questi crediti e debiti contratti tra aziende, professionisti o privati cittadini aderenti al suo circuito, che più è vasto e più favorisce lo scambio. La moneta complementare pertanto ovvia alla carenza di credito delle banche verso le imprese, e fungendo da camera di compensazione diventa un modo per le imprese di farsi credito a vicenda. Non si tratta quindi di una valuta alternativa a quella ufficiale ma la affianca, pareggiandone il valore, permettendo che beni e servizi trovino immediatamente un valore di scambio all’interno del circuito.
La moneta in sé può avere forma concreta, quindi ad esempio cartacea, ma solitamente non è un oggetto concreto, bensì virtuale. Spesso infatti gli scambi di moneta complementare si fanno attraverso carte magnetiche e portafogli elettronici attivi su piattaforme informatiche.
Il sistema deve avere alcune norme fondamentali che lo regolano. Ogni soggetto appartenente al circuito possiede un limite di debito personalizzato in base alla propria attività, quindi alla vendibilità del proprio bene. Alcune monete complementari permettono l’adesione al circuito solo alle imprese che hanno sede legale su un preciso ambito territoriale. Ci sono dei limiti al pagamento: alcuni circuiti permettono un pagamento al 100% in moneta complementare fino a un determinato importo, mentre per importi superiori si può pagare con moneta complementare solo una certa percentuale del prezzo.
Il lettore avrà fin qui avuto dei ripetuti deja vu, perché il meccanismo di una moneta complementare è già da tanto tempo diffuso nelle nostre vite quotidiane attraverso – solo per fare qualche esempio – le miglia accumulate dai viaggiatori aerei, i punti dei supermercati o delle stazioni di servizio, i buoni pasto, i punti raccolti con le ricariche telefoniche. Tutti, in sé, piccoli sistemi di valuta complementare.
In sostanza parliamo di uno strumento utile all’economia per non farle perdere colpi. Diversi studi hanno infatti evidenziato come la circolazione di una moneta complentare aumenti quando diminuisce quella della valuta ufficiale, sostanzialmente sostenendo l’economia nelle sue fasi di depressione.

Vantaggi (e qualche spina)
Un sistema organizzato di moneta complementare può portare diversi vantaggi, sia agli imprenditori e ai professionisti che lo usamo, ma anche al territorio su cui è diffuso. Il sistema di moneta complementare diffuso a base locale, infatti, è un aiuto deciso all’economia del territorio su cui insiste, dato che i crediti andranno necessariamente spesi all’interno del circuito della moneta.
Per i singoli utenti i vantaggi rappresentano ad esempio dalla possibilità di aumentare la propria fetta di mercato allargando la clientela. I pagamenti poi sono immediati, pertanto non è necessario aspettare i canonici sessanta giorni per vedere il saldo di una vendita effettuata in euro.
Uno dei grandi pregi delle monete complementari è che il loro uso aiuta, spesso in modo decisivo, anche la circolazione di altre ricchezze determinanti per la floridità di un’economia: creatività, idee, competenze, prodotti, servizi, passioni. Se dunque il denaro ufficiale stagna, la moneta complementare che circola aiuta a rimettere in modo le dinamiche di un’economia sana e vitale, impedendone la sua depressione.
Una moneta da sogno, quindi? Per certi versi sì, ma fino a un certo punto. Esiste infatti una fiscalità legata agli scambi in moneta complementare, per i quali si applica comunque l’Iva e si pagano le tasse in euro. Questo accade perché il sistema di scambio dei circuiti di moneta complementare è assimilabile al baratto e quindi alla permuta, che è regolata dall’articolo 1552 del codice civile.
Bisogna poi mettere in conto che, generalmente, entrare in un circuito di moneta complementare non è gratuito e bisogna pagare (e in euro) tesseramento e/o un abbonamento annuale. I costi però vanno ampiamente ammortizzati dall’aumento del giro d’affari e del fatturato che mediamente tutte le imprese appartenenti a questi circuiti registrano proprio grazie a questo strumento.
Infine, la moneta complementare rimane un ottimo incentivo per molte imprese ma, paradossalmente non per tutte. O meglio, non sarebbe più uno strumento utile per l’imprenditore dato che non avrebbe più un vantaggio sugli altri e pertanto difficilmente vedrebbe un aumento di fatturato.
Ma perché, ci si potrebbe chiedere, una moneta complementare non si può cambiare in valuta ufficiale? Perché si tratta comunque di un sistema di compensazione, mentre se fosse possibile uno scambio della moneta complementare con la valuta ufficiale, la prima andrebbe incontro all’organizzazione di un suo cambio valutario, con il concreto rischio di un suo deprezzamento. Proprio l’impossibilità di un suo cambio con la valuta ufficiale fa sì che un’azienda debba comunque limitare la sua quota di scambi in valuta complementare, dato che Iva, tasse e stipendi non si possono pagare con quest’ultima moneta.

I pionieri in Italia
Negli ultimi anni in Italia sono nate moltissime monete complementari e l’argomento trova sempre più interesse negli ambiti imprenditoriali che hanno la necessità di rilanciare e valorizzare un tessuto economico territoriale.
Il primo simbolico esempio di moneta complementare in Italia nacque nel 2000 col Simec, creato come esperimento universitario della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo e svoltosi nel paesino di Guardiagrele, in Abruzzo. La fiducia che la popolazione ripose nello strumento, sviluppo’ visibilmente l’economia del paese, ma l’esperimento fu presto bloccato dalla Banca d’Italia.
La più longeva esperienza assimilabile alla moneta complementare è rappresentata in Italia da Arcipelago Scec, frutto dell’organizzazione sistemica di diverse valute complementari e sistemi di scambio microlocali. Lo Scec non è una vera valuta complementare ma più simile a un buono sconto, un sistema di riduzione del prezzo in euro all’interno di un circuito di associati. Pertanto un singolo bene e servizio non può essere interamente acquistato in Scec, ma l’adesione al circuito permette uno sconto dal prezzo normale che solitamente va dal 10% al 30%. Il nome è l’acronimo di Solidarietà ChE Cammina, ma in realtà è una forzatura per ottenere il nome del metodo di pagamento di Totò nel film Miseria e nobiltà, dove, da spiantato nullatenente, si fingeva un ricco nobile che non pagava mai in contanti, ma appunto in scec, napoletanizzazione del termine cheques.
Una moneta complementare che ha saputo imporsi con risultati lusinghieri è il Sardex, con oltre 3.000 imprese iscritte e 119 milioni di crediti transati dalla sua creazione, che risale al 2010. L’aumento di fatturato medio riscontrato dalle aziende iscritte al circuito è nell’ordine del 10-20% con punte del 30%.
Con lo stesso funzionamento si stanno diffondendo monete analoghe come il Tibex in Lazio, il Sicanex in Sicilia e tante altre ancora.

Il tempo è denaro
Un’altra valuta alternativa a quelle ufficiali può sicuramente essere considerato il tempo. Esistono da tempo anche sistemi di credito dove il valore scambiato sono le ore di lavoro dei partecipanti al circuito. L’idea è nata negli anni 80 in Gran Bretagna ed ha preso piede nel nostro Paese negli anni 90, quando furono create le Banche del Tempo.
Nel 2012 è stata lanciata aTimeRepublik, una banca del tempo globale digitale che copre ormai 90 Paesi. Il maggiore impatto però le valute basate sul tempo lo hanno a livello locale, dove è più semplice lo scambio anche su attività che richiedono la presenza fisica, per esempio l’assistenza agli anziani. In genere le valute complementari basate sul tempo hanno una forte impronta di solidarietà e sono utili per fare rientrare nel mondo del lavoro persone che sono state marginalizzate.

Criptovalute, l’incognita
Terminiamo la carrellata di monete virtuali, con quelle più impalpabili di tutte: le criptovalute. Si tratta di monete paritarie, digitali, che usano sistemi di crittografia sia per la generazione di valuta in sé che per la convalida delle transazioni effettuate.
Oggi sono tante le criptovalute che cercano di emergere sull’onda del successo di Bitcoin, la moneta virtuale che da anni ormai si è affermata come criptomoneta per eccellenza.
Nata nel 2009 dall’invenzione di Satoshi Nakatomo, Bitcoin è una valuta che utilizza un database distribuito tra i nodi sparsi sul web per gestirsi e verificarsi.
Inizialmente usata per acquistare beni illeciti in modo anonimo sul deep web, la sua diffusione è via via aumentata, ed oggi i Bitcoin vengono accettati in pagamento su molte piattaforme di ecommerce tradizionale. Gli addetti ai lavori hanno visto il suo valore crescere esponenzialmente e ad oggi i fortunati della prima ora che hanno investito in questa criptovaluta, si sono ritrovati ad essere milionari, passando dai 20 dollari di valore degli anni addietro ai 2.100 dollari attuali.
In quest’ultimo periodo il Giappone – primo Stato al mondo – ha legalizzato Bitcoin, di fatto autorizzando le transazioni più comuni, come pagare gli stipendi o la spesa al supermercato.
Ma in concreto ecco come funziona. Bisogna innanzitutto creare un portafoglio virtuale come la moneta, scaricando un’app (Multibit o Bitcoin Wallet), che avrà dei codici segreti attraverso i quali ogni transazione sarà anonima, e cioè nessuno saprà cosa comprate ma il vostro acquisto rimarrà per sempre nella memoria di tutta la rete Bitcoin.
Sarà molto semplice anche riempire un portafoglio virtuale: i bitcoin vanno acquistati su siti appositi cambiando – come in un vero e proprio exchange – la valuta reale con quella bitcoin oppure si guadagnano in cambio di merce o servizi online. Si possono trasferire da persona a persona con dei costi irrisori o nulli, le transazioni sono semplici e veloci: in sei minuti vengono trasmessi i soldi in giro per il mondo.

Vantaggi e svantaggi
Al momento non c’è una regolamentazione in Italia che proponga delle linee guida atte a dare un indirizzo esatto e preciso su questa moneta. In Canada e Usa le banche utilizzano già Bitcoin, mentre in Italia al momento ci sono 6 bancomat di bitcoin su tutto il territorio nazionale. Il mercato europeo è in piena ascesa con l’Inghilterra che ha messo a disposizione degli utilizzatori 40 bancomat totali. Chi ne sostiene la massima trasparenza afferma che non sia un circuito anonimo, bensì pseudonimo perciò paradossalmente si eliminano le barriere alla sicurezza e alla trasparenza. Tuttavia ancora nessuno è riuscito ad entrare nel sistema di protocollo crittografato, che è opensource ma ben definito grazie al suo protocollo. Le transazioni eseguite inoltre vengono rese sicure attraverso le firme digitali e le transazione one way: i soldi vanno ma non tornano. L’Italia potrebbe essere pronta se si chiarisse in modo univoco come utilizzare questo circuito, anche perché tutti oramai dispongono di uno smartphone. Sarebbe molto conveniente inoltre il fatto che non si potrebbe imporre l’Iva perché essendo una moneta internazionale dovrebbe avere uno standard unico e generalmente riconosciuto. Ovviamente rimangono delle questioni aperte sul fatto che non essendoci una banca centrale si rende impossibile bloccare la svalutazione di questa moneta e controllare eventuali speculazioni, infatti il valore al 22 maggio era di 2.100 dollari con un aumento del 65% in un mese.
L’utilizzo di Bitcoin potrebbe dare alle aziende alcuni vantaggi, a partire dalla trasparenza contabile. Un’impresa che renda noto ai propri membri il proprio indirizzo bitcoin consentirà infatti di svolgere un approfondito controllo, dato che le transazioni bitcoin sono raggruppate nella cosiddetta blockchain in blocchi di informazioni univoche e consecutive.

Dalle monete complementari a quelle virtuali, tutto serve per far circolare valore, soprattutto in tempi di crisi, quando la paura di far girare la liquidità contribuisce a far diventare la crisi un cane che si morde la coda. Invece il denaro è utile e produttivo quando circola per creare beni e vera ricchezza, come diceva un certo John Maynard Keynes, uno che di economia ne masticava davvero.

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