La rivoluzione della borghesia

france4Deirdre McCloskey, più che un’economista sui generis, è trasgender. Circa 20 anni fa si chiamava Donald, poi un bel giorno si recò dal Rettore dell’Università di cui è una dei docenti più prestigiosi, Chicago, per comunicargli una notizia molto importante: l’intenzione di cambiare sesso. «Che sollievo, temevo che mi dicessi che eri diventato keynesiano! Ottima notizia – proseguì il rettore – abbiamo troppi professori uomini qui a Chicago, una donna in più ci farà bene!».
Deirdre McCloskey in realtà è una dei più importanti economisti viventi. La sua ultima pubblicazione, Bourgeois Equality: How Ideas, Not Capital or Institutions, Enriched the World, non è ancora stata pubblicata in italiano, a differenza di altri suoi lavori da tempo disponibili anche nelle nostre librerie, ma c’è da sperare che lo sia presto.
La McCloskey esalta il ruolo storico della borghesia, una classe sociale composta di commercianti, imprenditori, artigiani, professionisti e di ex operai ed ex contadini diventati imprenditori. Se il mondo da oltre due secoli sta vivendo una lunga fase di crescita economica mai vista prima, il merito, secondo l’economista di Chicago, non è solo delle straordinarie innovazioni scientifiche applicate all’economia, ma soprattutto della classe produttiva borghese, delle sue idee, dei suoi valori.
Ciò che caratterizza i periodi storici che hanno visto l’ascesa e l’affermazione di questo ceto produttivo, è una forte predisposizione a dare dignità a comportamenti sociali, come il desiderio di arricchirsi attraversi il proprio lavoro: un’idea in altre epoche disprezzata a favore di ben altre virtù, come ad esempio quella di primeggiare nell’arte del combattimento. Per affermare i suoi valori la borghesia ha trasformato il mondo, ha abbattuto regimi, è stata, in sostanza, rivoluzionaria. Vista la sua capacità formidabile di trasformare il mondo, si direbbe che questa carica rivoluzionaria sia ancora intatta.
La McCloskey non crede nell’utilità dell’intervento dello Stato, non solo nella realizzazione di politiche economiche, ma neppure nella promozione della ricerca. Il miglior allocatore di risorse economiche è sempre il mercato. Per lei, anzi, tanto maggiore è l’interventismo della politica nell’economia, tanto più probabile è che l’economia tenda a deprimersi e a non prosperare. In effetti, guardando a tanti esempi recenti, sia su scala internazionale che locale, è difficile darle torto. L’entusiasmo liberale della McCloskey però dimentica che se il mercato stimola l’efficienza e la produttività, e quindi la creazione di ricchezza, quando distrugge creativamente il capitale per generare nuova ricchezza, distrugge anche risorse umane. E qui allora si rende necessario garantire equilibrio tra la creazione di ricchezza da una parte e la giustizia sociale dall’altra, un compito a cui il mercato da solo non può bastare.

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