Da piccoli a grandi. Ma insieme

QUANDO LA CONGIUNTURA ECONOMICA SI FA DIFFICILE, LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE DEVONO RIMBOCCARSI LE MANICHE PIÙ DELLE ALTRE PER SOPRAVVIVERE, PERCHÉ CHECCHÉ SE NE DICA LE DIMENSIONI CONTANO. MA QUANDO SI È COSTRETTI A COMPETERE COI GRANDI, LA STRATEGIA VINCENTE È UNA SOLA: CERCARE ALLEANZE IN NOME DI UN OBIETTIVO COMUNE. ED È COSÌ CHE NASCONO LE RETI D’IMPRESE. ECCO COSA SONO.

In Italia la situazione economica migliora molto lentamente, come è ben fotografato dall’ultimo rapporto di fine anno del Censis, che riporta testualmente come gli italiani si muovano “non più come collettività, non dentro un progetto generale di sviluppo che non esiste più da tempo, ma da singoli, all’interno di piccoli territori, all’interno di piccoli gruppi sociali”. È Guido Caselli, direttore dell’Ufficio Studi di Unioncamere Emilia Romagna, che ci aiuta a decifrare il panorama attuale per trovare la corretta chiave per ipotizzare il futuro: «Ritengo che ci sia stato un passo indietro della politica, per incapacità o per mancanza di risorse, per cui non c’è più una spinta all’iniziativa che viene dalla governance di un territorio. Invece le novità stanno emergendo dall’iniziativa dei singoli o dalle singole imprese, ma più ancora dalle imprese che si aggregano insieme per fare qualcosa di nuovo. La politica ormai segue le buone idee che arrivano Guido_Casellidall’iniziativa imprenditoriale, non propone più». La strada pertanto sembrerebbe tracciata. «Per entrare nel modo migliore nel futuro dobbiamo portarci dietro quello che già sappiamo fare bene e declinarlo nel modo giusto – continua Caselli – e soprattutto nella nostra regione possiamo puntare sulle competenze e sul senso di comunità: elementi che conducono in modo naturale le imprese alla sinergia tramite i contratti di rete».

Una nuova economia

L’idea di aggregare forze economico-produttive fra loro non è un’idea recente. Qualcosa di simile è sempre esistito. La rete di imprese è però qualcosa di diverso, differente ad esempio dal raggruppamento temporaneo, che è il sistema a cui le imprese ricorrono per partecipare a gare d’appalto quando non posseggono le categorie richieste dal bando. È diversa anche dal consorzio, che è invece il contratto con il quale due o più imprenditori “istituiscono un’organizzazione comune per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese” , come recita l’art. 2602 del codice civile.

Il contratto di rete è uno strumento che guarda ai tempi, per permettere anche alle imprese meno strutturate di rispondere in modo competitivo alla domanda di flessibilità e pronta risposta del mercato, attraverso la comunione di obiettivi, strategie e portafoglio clienti con aziende complementari al loro processo produttivo. Quando si parla di salto di qualità delle imprese aggregate in una rete, non si parla solo del mercato interno, anzi. Perché la rete di imprese può essere uno strumento decisivo soprattutto per un salto di qualità aziendale a livello internazionale, aggregando forze, competenze e intenti per arrivare a obiettivi che sarebbero fuori portata per una singola impresa. Tutto questo presuppone in qualche modo l’abbandono di concetti imprenditoriali stratificati. In primis, l’idea di aggregarsi con altre aziende potrebbe in qualche modo suonare come una perdita di autonomia. Ma prima di impuntarsi su pregiudizi è importante dare uno sguardo lucido sul panorama economico mondiale del presente e, ancora più importante, capire verso dove si andrà nel futuro. «Siamo entrati in una fase di cambiamento del processo produttivo che possiamo definire epocale – spiega ancora Guido Caselli – lo possiamo osservare a livello mondiale ma è qualcosa che è sempre più evidente anche nella nostra regione e nel nostro Paese: c’è un cambio di modello e di paradigma in corso, che è quello dal possesso all’accesso. Non è più importante avere la proprietà delle cose, delle conoscenze e dei mezzi di produzione, ma il fattore di competitività sta nel poterle condividere e soprattutto potervi accedere». Parliamo sostanzialmente del successo di quella che abbiamo imparato a conoscere come sharing economy. Gli esempi, in effetti, non mancano, basti pensare che aziende leader del mercato globale come Facebook, Uber o AliBaba, non producono in senso stretto e non posseggono mezzi di produzione, mettendo semplicemente gli utenti in collegamento e creando un sistema incrociato ideale tra domanda e offerta.

Accesso dunque, non più necessariamente possesso. Un sistema economico come quello odierno, richiede a un’azienda che intende arrivare al top tante competenze, conoscenze, mezzi di produzione. L’investimento per arrivare a possedere tutti questi elementi rischia di essere troppo elevato per un margine di guadagno che potrebbe non valere il rischio. Ecco perché la soluzione di questo problema può essere l’uovo di Colombo: accedere a conoscenze e competenze di un’altra azienda, che diventa alleata, con la condivisione di clienti e obiettivi. E la rete di imprese è servita.

L’intuizione della collaborazione

L’idea normativa del contratto di rete vede la luce nel 2009, con l’articolo 3 del decreto legislativo numero 5 del 10 febbraio conosciuto come “Decreto Incentivi”, poi convertito nella legge 33 ad aprile dello stesso anno. Il legislatore vide nella rete di aziende un valido strumento di crescita, tanto da instaurare sostanziose innovazioni in materia nella manovra economica dell’anno successivo. Con la nuova legge 122 del 30 luglio 2010 infatti si incentivava la creazione di reti d’impresa attraverso la possibilità di stipulare convenzioni con l’ABI e, soprattutto, la misura fiscale agevolante che consisteva nella temporanea sospensione di imposta sugli utili d’esercizio, a patto che fossero utilizzati nella realizzazione di investimenti previsti dal programma comune delle imprese retiste. Da quel momento si stabilì che il contratto di rete poteva prevedere un fondo patrimoniale comune e un comune organo di gestione.

Lo strumento della Rete successivamente passò anche l’esame della Commissione Europea, che giudicò gli sgravi fiscali di cui poteva godere, non come aiuto di Stato selettivo e discriminatorio, ma piuttosto come misura di carattere generale a cui tutte le imprese potevano liberamente accedere. Da allora a oggi la normativa generale non è molto cambiata, anche se sono stati fatti degli aggiustamenti. Nel 2012 è stata semplificata la stipula del contratto, che da atto pubblico o scrittura privata autenticata poteva essere anche solo un atto firmato digitalmente e trasmesso al Registro delle Imprese attraverso un modello standard. Inoltre si è stabilito che, per le obbligazioni prese dall’organo comune per il programma comune, la responsabilità sia limitata al solo fondo comune e non, come in precedenza, in solido tra gli aderenti al contratto di rete e illimitata. Il decreto sviluppo bis del 2012 inoltre introducesse l’importante modifica riguardante il Codice degli Appalti, prevedendo la partecipazione dei contratti di rete a gare e appalti pubblici.

Un tappeto di vantaggi

Ma quali sono i vantaggi che la rete porta alla singola impresa aderente? La legge prevede che il contratto di rete fissi gli obiettivi strategici e il metodo della loro misurazione, il programma, la durata del contratto e metodo di rescissione dello stesso. Il tutto con una discrezionalità molto libera. Il contratto di rete è infatti come un vestito su misura che si realizza sulle dimensioni (e le aspirazioni) delle imprese retiste. «Il consiglio che do sempre – racconta Alberto Manzotti, docente della Luiss Business School e consulente aziendale – è di predisporre una check list sugli aspetti più importanti legati alle proprie aspettative che si vogliono inserire nel contratto. Questo per capire prima quali sono le aspettative della rete. Il contratto di rete non è disciplinato dal Alberto_Manzotticodice civile, lascia invece amplissimi spazi ai retisti per disciplinare la propria attività, spazi che è sempre bene sfruttare per la massima chiarezza».

Una volta steso il contratto, quindi anche la programmazione e le finalità della rete, non resta che godersi i vantaggi. Un gruppo di imprese aderenti a una rete è infatti in grado di coordinare il proprio lavoro e renderlo più redditizio, programmando la produzione, economizzando su costi di trasporto e di stoccaggio. La massa critica creata dalle imprese permetterà anche una migliore contrattazione con i fornitori, spuntando prezzi e condizioni più vantaggiose. L’unione fa la forza, questo permetterà alla rete di impegnarsi in sfide che le singole imprese aderenti non avrebbero potuto sostenere da sole, quindi il mercato si allarga anche oltre il confine. Tutto questo dovrebbe portare a un salto di qualità di fatturato, posizionamento sul mercato e occupazione.

Ma sono tutte rose e fiori? Possono verificarsi situazioni in cui la rete di imprese può arrivare ad essere un ostacolo o una zavorra per la singola azienda che ne fa parte tanto da desiderarne l’uscita? «La possibilità di uscire dalla rete d’impresa senza dover stravolgere la propria organizzazione, se queste condizioni dovessero verificarsi, è una cosa possibile per l’azienda ed è uno dei punti di forza delle reti d’impresa – spiega ancora Manzotti – parliamo di un processo ripetibile e rivedibile, quindi duttile. L’azienda forse perderà qualche contatto e qualche soldo, ma continuerà a essere un’azienda completamente autonoma. Quando accade qualcosa di simile spesso si tratta di aspettative mal riposte e quindi di un fallimento prettamente commerciale. È uno scenario che si può verificare quando è stata costruita male la strada che ha portato alla rete. Se sono deboli i presupposti di condivisione delle aziende che compongono la rete, si può arrivare a questo tipo di delusione».

L’interrogativo che può sorgere a questo punto potrebbe diventare un altro. Il contratto di rete può diventare una strada senza ritorno, con un’azienda abituata a un certo tipo di business da un tot di anni in una rete, che improvvisamente all’esaurimento del contratto si trova in difficoltà? «Qualche difficoltà se la troverà sicuramente – risponde Manzotti – ad esempio nel caso di penetrazioni commerciali nei mercati esteri, che da sola l’azienda potrebbe non essere più in grado di mantenere.

Però resta di buono l’integrità del patrimonio aziendale, che non viene intaccato perché la rete non è un’operazione societaria ma un semplice contratto di aggregazione, e dai contratti se ne può uscire senza troppi problemi».

Ad un passo dalla perfezione

Il contratto di rete tra aziende sembra uno strumento perfetto per valorizzare la piccola e media impresa italiana e difatti non mancano le attenzioni dall’estero, con missioni che arrivano a studiare i case history di successo attraverso l’analisi dei contratti stipulati e i successi dei processi di collaborazione.

Qualsiasi strumento, anche il più riuscito, è sempre perfettibile come sottolinea Alberto Manzotti: «Manca al momento un effettivo beneficio fiscale, com’era la sospensione d’imposta sugli utili non distribuiti in vigore fino al 2013. Il principale ostacolo a una rete rimane però l’accesso al credito. Gli strumenti finanziari sono tutti pensati per le singole imprese retiste, ma non esiste uno strumento che incentivi l’accesso al credito per le forme aggregative. Il sistema bancario italiano non vede la rete come soggetto con un buon merito creditizio. Questo perché le banche sono abituate a finanziare iniziative imprenditoriali che hanno uno storico, e una rete d’impresa viene trattata come una startup, quindi col finanziamento della business-idea e non la storia dell’impresa attraverso un analisi dei bilanci. Lo strumento che si potrebbe creare sarebbe la costituzione di un fondo di garanzia specifico per le reti d’impresa».

La palla quindi torna al legislatore e alla politica sperando che, come già detto, abbia l’intuito e l’umiltà per saper seguire e assecondare le tendenze virtuose. E che magari ritrovi quel guizzo di genio che, nel 2009, portò alla creazioni del contratto di rete di imprese.

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