La sfida di una giustizia veloce

Massimo Romolotti_optDa tempo che sostengo la necessità di ampliare le competenze dell’avvocatura e, soprattutto, di quanto possa essere importante il ruolo degli avvocati nel disincentivare il ricorso al contenzioso davanti al giudice togato, mediante mezzi alternativi come l’arbitrato, la negoziazione assistita, la mediazione, la conciliazione.

Chi meglio dell’avvocato può impostare una mediazione di interessi contrapposti fra le parti? Ed ancora, perché precludere alla clientela la strada dell’arbitrato, per ottenere una decisione, il lodo, in tempi brevi o comunque ragionevoli, a seconda dell’importanza e della complessità delle questioni? Occorre mettere da parte il reiterato, quanto immotivato pregiudizio in merito alla competenza, terzietà, indipendenza dell’avvocato che assume il ruolo di arbitro.

Tale preclusione è stata alimentata in questi anni, non tanto dalla mancanza di competenza dell’avvocatura, ma da una mancanza di formazione, di postura che l’avvocato deve assumere quando accetta il ruolo di arbitro, di mediatore, di conciliatore e da costi eccessivamente elevati.

Lo stesso pregiudizio è diffuso nei confronti della mediazione, della negoziazione assistita, strumenti che, se utilizzati secondo le regole dettate per impostare al meglio la risoluzione di interessi confliggenti tra le parti, contribuiscono e, ritengo, contribuiranno sempre più, a ridurre le migliaia di cause pendenti, spesso promosse anche per modesti valori.

E’ opinione diffusa che la giustizia civile sia in grande difficoltà, per diverse ragioni, non ultima l’organizzazione amministrativa presso i tribunali. Nonostante il processo telematico e le riforme, le controversie sottoposte al giudice togato sono di numero elevatissimo, tanto che la stessa magistratura non riesce a risolvere tempestivamente le cause sottopostole.

Infatti, il numero di processi civili sfiora ancora i cinque milioni, un numero esorbitante che rischia di allontanare il cittadino dai valori democratici per denegata giustizia.

A questo proposito, indagare le ragioni di queste insufficienze sarebbe ripetitivo: troppi avvocati, troppi litigi, pochi giudici. Penso, invece, che occorra incominciare ad occuparci più diffusamente di un problema di cultura e di educazione alla legalitàî, come recentemente dichiarato dal Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano Remo Danovi.

Sono infatti d’accordo con l’avvocato Danovi nel ritenere che, riscontrata oggettivamente la situazione, il legislatore ha ricercato mezzi alternativi di risoluzione delle controversie in tutti i modi possibili e quindi ha, dapprima imposto obbligatoriamente la mediazione, come condizione preliminare per esperire l’azione giudiziaria, poi ha permesso il passaggio della controversia dal giudice ordinario ad un collegio arbitrale, e ancora ha affidato agli avvocati e alle parti la legittimazione a definire le liti con un accordo, la cosiddetta negoziazione assistita, con la conseguenza che tutto ciò sta portando allo sgretolamento dell’universalità della giurisdizione. Che cosa significa tutto ciò? Che, se nel prossimo futuro, l’avvocatura saprà cogliere la sfida che si profila all’orizzonte, potrà aprirsi una nuova strada alternativa alla gestione della Giustizia che tutti ora conosciamo, dove le imprese potranno ottenere risultati autorevoli, celeri e quindi competitivi.

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