Un’impresa alla svolta

quadratoVedete la griglia quadrata di nove punti qui a fianco? Provate a unire tutti i punti con quattro linee rette, senza mai staccare la matita dal foglio… Fatto? Se avete avuto qualche problema forse è perchè avete pensato di agire solamente dentro al quadrato. Questo test, pubblicato nel 1963 da una rivista scientifica americana, è servito al suo inventore Martin Scheerer per rivelare la cosiddetta fissità funzionale, ovvero la difficoltà di vedere gli oggetti e le persone con funzioni nuove rispetto a quelle conosciute, la sudditanza mentale a quello che si crede il canone. Un classico del pensiero laterale che di questi tempi è utile per sollevare un dubbio solo in apparenza stravagante: e se l’uscita dalla crisi fosse in realtà un’uscita dal quadrato?
Partiamo dai dati. Se le previsioni del ministero dell’Economia e dell’Ocse avevano consentito di sperare in un 2014 migliore, sappiamo ormai che le cose sono andate diversamente: «All’inizio dell’anno si stimava una crescita del Pil attorno all’uno per cento, mentre ormai si parla di un calo dello 0,4 – conferma Guido Caselli, direttore dell’ufficio Studi di Unioncamere Emilia Romagna – A livello regionale, invece, la variazione è pari a zero. Siamo da tempo in una dinamica di recessione o di stagnazione, ma mai di crescita».
Se in Emilia Romagna va meglio che altrove, non c’è comunque di che stare allegri: «I settori del manifatturiero e delle costruzioni hanno subito i cali maggiori, e la crescita del terziario si deve in gran parte all’aumento della libera professione. In pochi sono riusciti a far ripartire occupazione e fatturato, soprattutto grazie ai canali aperti con i Paesi esteri». I problemi sono noti, ma vale la pena ribadirli ancora una volta: le imprese hanno difficoltà ad accedere al capitale di rischio, soffrono la mancanza di ricambio generadizionale e faticano ad affacciarsi a nuovi mercati. Ostacoli difficili da superare in tempi brevi. A meno di non pensare e agire out of the box.

infografica_ andamento PilSCEGLI DI CAMBIARE
La forza del si è sempre fatto così domina anche quando si intuisce la necessità di modificare qualcosa: fare il primo passo è sempre complicato. Secondo Diego Maria Macrì, professore ordinario al dipartimento di Scienze e metodi dell’ingegneria dell’Università di Modena e Reggio Emilia, il motivo della resistenza al cambiamento è di natura culturale. «Ogni organizzazione, di qualunque dimensione essa sia, seleziona nel tempo valori e modi di agire che le consentano di avere successo. Questo bagaglio costituisce le regole che chiunque deve seguire se vuole diventare parte dell’organizzazione e perpetuarne il successo: è così che la cultura si consolida. Il cambiamento, al contrario, non solo scardina questi assunti di fondo, ma modifica spesso anche i modi consueti di operare, altera la familiarità con l’ambiente di lavoro, le relazioni con i colleghi, premia taluni a danno di altri, crea nuove figure centrali e ne cancella di precedenti». È comprensibile, quindi, che i mutamenti possano spaventare, ma «ora come ora la resistenza al cambiamento è il peggior nemico di quell’innovazione culturale che può permettere alle imprese di progredire».
Anche Matteo Vignoli, ricercatore nello stesso dipartimento di Macrì, concorda: «Chi non si rinnova è destinato a chiudere – afferma – Ogni impresa produce beni o servizi che soddisfano determinate esigenze; se resta ferma, però, rischia di vedersi sorpassare da altri concorrenti che nel frattempo avranno implementato soluzioni migliori e più economiche». Come fare, allora, a mettersi in gioco?

E PENSARE CHE C’ERA IL PENSIERO
Un aiuto può arrivare dall’applicare il design thinking, ovvero quel processo per cui, spiega Vignoli, «si entra velocemente in contatto con il contesto di un problema e si forniscono soluzioni economicamente sostenibili e vicine a quanto richiesto dagli utenti». In questo modo le imprese possono essere ripensate mentre esplorano territori nuovi e allo stesso tempo imparano a trarre il massimo profitto dalle competenze che già hanno. Rimettere in discussione le proprie abitudini, però, non è mai semplice: esiste un modo di aiutare le imprese? Ancora Vignoli: «A meno
che non chiedano consulenze esterne, dove si invoca l’intervento di qualcuno che applichi soluzioni già testate altrove con successo, per le aziende è difficile accettare consigli da fuori. Noi abbiamo inventato un metodo efficace, con il quale sono gli studenti a entrare nell’impresa che chiede aiuto. Davanti a loro –percepiti come non minacciosi né giudicanti – le persone sono ben disposte a raccontare cosa non funzioni, ed è così che gli studenti riescono a rielaborare proposte basate su esigenze reali, che possono essere messe in pratica senza generare conflitti».
Aprendosi all’esterno e a soluzioni out of the box, dunque, l’impresa può cambiare. Ma c’è una condizione: «Il processo funziona al meglio quando chi vuole cambiare ragiona con un noi davanti, coinvolgendo tutta l’azienda – spiega Vignoli – L’imprenditore non perde il suo ruolo di comando, ma riesce a generare consenso perché le sue decisioni sono condivise. Un esempio concreto: ogni martedì Facebook organizza la Facebook night, dove tutti i dipendenti, di qualunque settore, si riuniscono per pensare a nuovi prodotti. Questa prospettiva complessiva aiuta a testare la bontà
delle idee su una base ampia, e soprattutto permette di avere tutti a bordo quando l’azienda sceglie di andare in una direzione precisa».

FUTURlaboratorio di innovazione radicaleO, UNA SFIDA APERTA
Decidere di cambiare, dunque, è fondamentale per potersi garantire un futuro, ma non esiste un’unica soluzione vincente. «La flessibilità è un valore tanto più prezioso quanto maggiore è l’incertezza, ma è proprio in situazioni di insicurezza che la nostra capacità di fare previsioni si indebolisce – spiega Macrì – Allora, non possiamo fare altro che programmare la nostra capacità di essere flessibili, di saperci adattare ai cambiamenti». È possibile, però, azzardare ipotesi su quali modelli organizzativi potranno consentire alle imprese, e in particolare alle Pmi, di avere un futuro? Per Macrì «gli spazi per organizzazioni che siano piccole, indipendenti e non integrate sono destinati a ridursi. Un modello economico di distretti porta con sé un grande esempio: quello dell’integrazione, dello scambio di persone e competenze tra aziende. Le Pmi isolate – con un’identità individuale, localistica e non di network – sono destinate al declino». Secondo Macrì, il futuro delle piccole e medie imprese risiede tutto nella capacità di integrarsi tra loro. «Le ricette per l’ integrazione aziendale sono molteplici – afferma – Si va dall’open innovation allo sfruttamento della progettualità europea, passando per il co-design con fornitori e clienti, il dialogo sulle comunità online, le tecnologie collaborative per la gestione di gruppi di ricerca non co-localizzati, la prototipazione rapida, la stampa digitale 3D, la condivisione di competenze professionali con altre imprese».
Fortunatamente, qualcosa si sta già muovendo in questa direzione. Lo conferma il direttore dell’Ufficio studi di Unioncamere Emilia Romagna: «Negli ultimi tempi – spiega Caselli – si sta diffondendo sempre più il modello delle reti di imprese, dove più aziende decidono di operare assieme e di condividere obiettivi, pur rimanendo indipendenti l’una dall’altra a livello proprietario. Facendo squadra le imprese riescono a ottenere una dimensione strategica per stare adeguatamente sul mercato». La svolta è possibile. è là fuori.

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