Vietato toccare lo zar

Si è conclusa come forse tutti temevamo la vicenda delle Pussy Riot. I fatti sono noti: lo scorso febbraio il terzetto punk-rock è salito alla ribalta delle cronache irrompendo nella centralissima Cattedrale del Salvatore a Mosca con una sorta di preghiera blasfema anti – Putin. Immediata la reazione: con un’insospettabile agilità formale e giudiziaria, all’arresto di marzo è seguita, lo scorso agosto, la sentenza a due anni di carcere per le componenti della band, Masha Alekhina, Nadia Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevic. In questi giorni, la Samutsevic è stata liberata (le sarebbe stato riconosciuto un ruolo marginale rispetto alle compagne), mentre le altre due sconteranno la pena, separatamente, in due tra le peggiori colonie penali del Paese.
Generale lo sdegno contro l’ennesimo pugno di ferro mostrato dall’autorità nei confronti di chi osa mettere in discussione Putin e qualsiasi cosa lo riguardi – anche se va comunque sottolineato che una sortita simile all’interno di un luogo religioso sarebbe stata punita, per ragioni e con conseguenze del tutto differenti, nella maggioranza dei Paesi occidentali. Ciò che merita una riflessione è che le tre ragazze (che si sono anche scusate pubblicamente) abbiano scelto un luogo religioso non tanto per un maggiore risalto scandalistico, ma con il preciso e dichiarato intento di denunciare il legame tra la Chiesa Ortodossa e l’élite al potere. La base di questa alleanza, non certo nuova per la storia russa ma non per questo meno inquietante,, consiste nel comune rifiuto a qualsiasi penetrazione esterna, sia essa culturale, religiosa o politico-ideologica, enfatizzando nemici esterni per creare consenso, accettazione e aggregazione intorno ai modelli e ai valori interni. Il tutto in nome della salvaguardia della Santa Madre Russia. Esattamente questo hanno pagato le Pussy Riot.

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