Di contributi silenti e altre amenità

Tre milioni e mezzo gli italiani iscritti alla Gestione separata dell’Inps. Ogni anno versano 8 miliardi di euro di contributi, ma ricevono appena 300 milioni sotto forma di prestazioni previdenziali. Il gap è dovuto in parte alla bassa età media dei lavoratori precari e dei liberi professionisti iscritti all’Inps: circa 40 anni, con un’enorme platea di giovani ancora in attesa di un contratto a tempo indeterminato. Insomma, i precari giunti in età da pensione sono ancora pochi.

Il fatto: contributi silenti e gestioni separate
Ma c’è una parte di quegli 8 miliardi di euro, difficilmente quantificabile, che resterà nelle casse dell’Inps senza tornare mai, direttamente, nelle tasche di chi li ha versati. Sono i cosiddetti contributi silenti: si tratta di contributi versati da lavoratori autonomi, precari o parasubordinati, che non sono sufficienti ai fini della maturazione di una pensione minima. Che fine fanno? Sono di fatto fondi perduti usati dall’Inps per pagare le pensioni a chi ne ha maturato pieno diritto. Non vengono restituiti a chi li versa né sotto forma di prestazione previdenziale, né tantomeno come rimborso in un’unica soluzione. Il problema riguarda più spesso i giovani precari, che difficilmente riescono a cumulare gli anni di anzianità in un mercato del lavoro che avanza a singhiozzo, iscritti alle gestioni separate dell’Inps o delle casse previdenziali degli ordini professionali.
Anche ricongiungere i contributi versati a casse diverse è tutt’altro che semplice: dal primo luglio 2010, infatti, la riunificazione è a titolo oneroso per tutti i lavoratori. Pochi sanno che è impossibile trasferire presso altre gestioni quanto già versato o raggiungere gli anni necessari alla pensione di vecchiaia cumulando versamenti effettuati presso gestioni Inps o altre gestioni diverse (per altro obbligatorie come Inpgi, Inpdap, Enpals ecc ecc.). Solo all’interno dell’Inps stessa esistono diverse gestioni non cumulabili fra loro (gestione separata, gestione commercianti, gestione artigiani, gestione lavoro dipendente).

Luigi, il pensionato dissociato (e mazziato)
Ma facciamo un esempio. Luigi ha pagato contributi per 16 anni come lavoratore dipendente, in seguito ha lavorato altri 15 anni come libero professionista ed ha versato alla gestione separata INPS, infine ha versato contributi come commerciante per altri 15 anni. Il risultato? Gli è stato tolto il diritto acquisito della pensione di vecchiaia a 60 anni. Oggi è costretto ad aspettare il raggiungimento di 65 anni dopo 46 anni di lavoro reale e 10 anni di scuola serale. Infine incasserà il suo primo assegno pensionistico dopo 18 mesi + 3 mesi (per effetto dell’ultima riforma). A conti fatti Luigi incasserà la sua meritata pensione alla tenera età di 68 anni e dopo 49 anni di lavoro. Non gli è possibile chiedere il ricongiungimento tra le diverse gestioni che, peraltro hanno incassato regolarmente i suoi soldi, sotto forma di contributi, se non pagando altri soldi (e non pochi). I casi di questo tipo sono infiniti.

Toc toc, c’è nessuno?
Nel corso degli ultimi anni, da più parti sono state avanzate proposte di legge per rimediare a quella che è stata definita, a buon diritto, una vera e propria emergenza sociale. I Radicali stanno combattendo una battaglia per ottenere dal governo e dall’Inps due cose precise:
1) consentire il trasferimento dei contributi nella cassa in cui se ne hanno di più, e calcolarli tutti ai fini della pensione;
2) restituire interamente, con rivalutazione del capitale versato, i contributi silenti al raggiungimento dell’età della pensione obbligatoria.
E non sono gli unici, dato che Maria Luisa Gnecchi del Pd e Giuliano Cazzola del Pdl hanno presentato una proposta bipartisan che prevede che gli anni di contributi presso le diverse gestioni vengano automaticamente sommati tra loro, e che ogni gestore provveda ad erogare una parte della pensione proporzionale ai versamenti ricevuti.

L’altra metà del cielo
Mentre nel paese reale accade tutto questo, per le pensioni e i vitalizi della casta nelle casse dell’Iinps entra 1 ed esce 13. Vediamo qualche esempio eclatante di quelli raccontati da Mario Giordano, nel suo libro Sanguisughe.
Antonio Di Pietro, sessantenne, ogni mese fa transitare sul conto corrente la pensione da magistrato, 2.644,57 euro lordi al mese, 1956 euro netti, che si vanno a cumulare senza alcuna decurtazione al ricco stipendio da parlamentare. E’ andato in pensione a 44 anni. Deve accontentarsi di una cifra inferiore a molti colleghi, invece, Piero Marrazzo: solo 2000 euro al mese. Che ci volete fare? Troppo breve la sua permanenza in Regione, causa transessuali e cocaina. Del resto quello dei baby pensionati in Italia è un vero esercito, all’interno del quale si nascondono molte sorprese. Per esempio Manuela Marrone, la moglie di Bossi, che oggi ha 57 anni, prende la pensione dal 1º settembre 1992, cioè da quando ne aveva 39. L’assegno non è molto sostanzioso (766,37 euro), ma lo riceve regolarmente da 18 anni e mezzo.
Pensate che le baby pensioni d’oro siano un retaggio del passato o che riguardino solo gli onorevoli? Macché: nel luglio 2009 il funzionario della Regione Sicilia, Pier Carmelo Russo, è andato in pensione con un assegno mensile pari a 10.980 euro lordi grazie a una legge siciliana per cui con appena 25 anni di contributi (uomini) o 20 (donne) si può avere diritto al vitalizio, se si ha un malato da accudire. E chi non ha un padre che dev’essere accompagnato in ospedale? In effetti: fra il 2003 e il 2010 le baby pensioni concesse grazie a questa leggina sono state oltre mille. Età media delle persone a riposo: 53 anni. Chi non aveva un malato a disposizione se l’è inventato, come ha fatto una donna geniale che si è fatta adottare da un’anziana non autosufficiente. E così, zac: appena adottata, ha presentato richiesta per andare in pensione.

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