Vado al massimo. Sempre che mia moglie…

Qualcuno l’ha definito un “comunista spirituale”, altri lo chiamano imprenditore “illuminato”. Ma lui, Enzo Rossi, 45 anni, marchigiano ci racconta un’altra storia: quella di uno che le sfide, le vince davvero… Poliedrico, istrionico, mentre lo ascolto raccontare progetti per il futuro e nuove sfide da affrontare mi chiedo come faccia a stare dietro ai propri pensieri, così rapidi e lineari allo stesso tempo: un imprenditore con le idee chiare Enzo Rossi, che ama i fatti concreti, la gente onesta e il lavoro duro.

Rossi nel 1998 rileva lo storico Pastificio Campofilone trasformandolo da realtà imprenditoriale sull’orlo della crisi ad esempio da seguire per quelle imprese di settore che ancora hanno voglia di rischiare, investire e credere nei progetti Made in Italy. L’imprenditore marchigiano è balzato alle cronache nazionali per un’iniziativa curiosa, che ha prima attirato l’attenzione dei mass media e di conseguenza anche quella di sindacati, imprenditori, economisti e politici di tutto il Paese incuriositi, ma anche spaventati, dal suo vivace e spontaneo approccio imprenditoriale: Enzo Rossi ha provato a vivere – o per meglio dire sopravvivere – con lo stipendio medio di uno dei suoi operai (che lui chiama tutti collaboratori) per rendersi conto del loro stato d’animo, delle difficoltà, dei sacrifici che devono affrontare per andare avanti, concretamente. Da quel momento, non ha mai smesso di rilasciare interviste e partecipare a convegni e programmi televisivi, dividendo l’opinione degli “esperti” tra scettici ed entusiasti.

La notizia è di quelle che fanno subito scalpore: l’industriale che vive come un operaio. Che cosa voleva dimostrare?
In quel periodo ricordo che era in atto un’odiosa speculazione sul grano e in contemporanea i tassi di interesse per i mutui “prima casa” erano saliti alle stelle: vi lascio immaginare gli umori dei miei collaboratori in azienda. E’ stato allora che ho deciso di fare un esperimento: mettere a disposizione della mia famiglia 1000 euro a testa, per me e mia moglie. Una volta tolte le spese fisse – rata del mutuo, finanziamento auto, luce, acqua, gas etc… – ci siamo accorti che al 20 del mese quel poco o nulla di rimanente non sarebbe bastato nemmeno a garantirci la pizza del sabato sera… Alla fine dell’esperienza abbiamo deciso di aumentare gli stipendi di 200 euro netti a tutti i nostri dipendenti. Io sono un imprenditore, il mio mestiere è quello di provvedere alla mia impresa, agendo sempre in modo propositivo e proiettato verso il futuro, quindi volendo anche fare un ragionamento egoistico, ho pensato che l’insoddisfazione di un dipendente può indurlo a lavorare appesantito dal fardello dei suoi problemi economici, certamente la condizione peggiore per la produttività.

Come hanno reagito?
Chiedendomi subito quando sarebbe stato il prossimo aumento (sorride, ndr). In realtà loro sanno bene che a parte quell’episodio, il mio obiettivo è sempre quello di premiare il merito e che il profitto è importante, ma non quanto la soddisfazione di fare bene il nostro lavoro.

La morale è “togliere ai ricchi per dare ai poveri”?
Non esattamente. Credo però che l’economia del nostro Paese non possa essere sostenuta dalla povera gente, quella che per arrivare alla fine del mese fa mille sacrifici. La crisi economica in Italia, non dimentichiamolo, deve ancora raggiungere il suo picco massimo, mentre altri Paesi europei ne stanno fortunatamente già uscendo: non mi ritengo, come magari qualcuno ha detto, un imprenditore “illuminato”. In realtà io faccio solo il mio lavoro, ma credo che la nostra classe politica stia dimostrando di essere troppo professionista e poco preparata ad affrontare i problemi veri della gente che lavora, oggi, solo per mandare avanti la famiglia.

Da dove viene tutto l’entusiasmo che le si legge addosso?
Ho imparato che la comunicazione è importante ma non mi sono mai imposto comportamenti che non mi appartengano e poi vengo dal seminario..

Ma cosa c’entra il seminario con gli aumenti di stipendio, mi scusi?
C’entra, perché entrambe le esperienze mi hanno insegnato che è necessario bilanciare diversi aspetti: giusto saper vivere con poco e lavorare sodo per ottenere quello che si vuole ma anche pretendere la giusta ricompensa per il lavoro svolto. Ci deve essere un equilibrio, altrimenti l’insoddisfazione prende il sopravvento.

Ammetterà che il suo approccio imprenditoriale è fuori dagli schemi tradizionali: cosa significa per lei innovazione?
Secondo me è sbagliato pensare all’innovazione come qualcosa di futuribile, di slegato dalla realtà: penso piuttosto che si debba ripensare la tradizione riscoprendo la cultura, soprattutto alimentare, che è propria delle nostre origini.

Qualcosa mi dice che c’è un progetto, è il caso di dirlo, che“bolle in pentola”…
Il prossimo passo sarà quello di dare vita ad una fattoria didattica che, speriamo, possa diventare la prima di una lunga serie di iniziative del genere. L’obiettivo è riassunto perfettamente nello slogan della nostra azienda: “tradizione, cultura, gioia” e si concretizzerà con la nascita nel 2011, di diversi laboratori per diffondere non solo cultura gastronomica, ma anche conoscenza della stagionalità dei prodotti e della filiera alimentare. In pratica tutte le nozioni che stiamo rapidamente perdendo e che ci penalizzano non solo culturalmente ma anche dal punto di vista dell’economia globale.

Un progetto certamente ambizioso, immaginiamo, anche dal punto di vista economico…
Non me ne parli e soprattutto non lo dica a mia moglie: per finanziarlo sto usando i fondi destinati alla ristrutturazione di casa nostra!

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