Italia si, Italia no

1861: Italia unita, un sogno che si avvera. O no?

1861: Italia unita, un sogno che si avvera. O no?

di Elisa Predieri

Sono iniziate a maggio le celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Tra polemiche e retoriche, c’è certamente una questione esistenziale (che ci perseguita da sempre…) che merita di essere approfondita. L’Italia è sogno o realtà? Nessuno potrà negare che non esiste un’etnia italiana su cui sia costruita una nazione italiana, quindi pure uno Stato italiano. Il nostro è uno Stato multietnico. Ben prima dei fenomeni migratori dell’ultimo decennio, a ben guardare. Circa metà della popolazione parla una lingua locale, una delle quindici lingue minoritarie riconosciute per legge nel 1999 (occitano, ladino, sardo, albanese,…) o una delle quindici lingue regionali che di solito si conoscono come dialetti. E lingue diverse naturalmente comportano anche differenze da un punto di vista culturale, antropologico, economico e ambientale.

Quindi, in senso etnico l’Italia, non esiste. Esiste invece piuttosto perchè la maggior parte degli stati del mondo sono esattamente così, comprendono cioè gruppi che differiscono notevolmente per la loro ‘visione del mondo’. L’Italia è dunque uno Stato multietnico come ce ne sono tanti altri in giro per il mondo. Certo, il nostro è parecchio variegato. Ma una costruzione, il risultato di una decisione artificiosa, di un patto senza gli italiani a voler essere puntigliosi, al pari di molti altri. Quindi forse quello che dovremmo chiederci è solo se vogliamo che questo Stato funzioni oppure no. Ci conviene ancora l’Italia? E quale Italia ci conviene?

Bisogna dire che gli stati nazionali, intesi come autorità politica dominante e unificata, su un ben delimitato territorio, di questi tempi mostrano la corda. L’economia è multinazionale o internazionalizzata, i problemi ecologici sono globali come l’atmosfera che condividiamo a ogni latitudine, i flussi migratori rivelano ed erodono confini sempre più velleitari, il sapere che è notoriamente potere viaggia sul sistema binario.
Il fatto è che si vedono ben poche alternative all’orizzonte: le nuove forme politiche della globalizzazione non esistono ancora (nemmeno nei sogni). Che fare dunque? Abbracciare i miti nazionalisti di ‘una nazione, un cultura, una lingua’ o il nuovo ‘etnonazionalismo del Nord’?.

Ciò di cui forse avremmo bisogno è una via di mezzo: una forma di federalismo solidale, in cui le lingue e le culture locali possano mantenersi e prosperare. Sono la nostra ricchezza, l’humus in cui sono stati creati i motori Ducati e lo speck trentino, le ceramiche di Deruta e i divani forlivesi, gli armatori napoletani e i robot dell’Università di Parma. Una via di mezzo Made in Italy, dunque. Non ‘all’italiana’.

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