Cartoline dall’inferno

terremoto-482_jpg_370468210di Anna Salami

Lo scorso 12 gennaio un devastante terremoto ha colpito Haiti. La capitale Port-au-prince è stata letteralmente distrutta. Il numero delle vittime, dopo la consueta, triste corsa al rialzo sembra ora essersi attestato su almeno 150mila vittime. Davanti a una catastrofe di questa portata, mai come prima il mondo si è mobilitato nel raccogliere fondi per cercare di andare in aiuto e alleviare le sofferenze di una popolazione già fin troppe volte provata.

E’ davvero un’incredibile gara di solidarietà quella che si è messa in moto e che, tra le tante encomiabili iniziative, non ha mancato di regalare anche alcune belle storie da copertina. Come quella del piccolo Charlie Simpson in Inghilterra, per fare un esempio: 7 anni e ben 85.000 sterline (quasi 100 mila euro) raccolte grazie ad una pedalata solidale e alla forza della Rete. Anche in Italia, nonostante la crisi, la gente non si è tirata indietro, anzi, mai come prima ha donato, a dimostrazione del fatto che è proprio in condizioni di avversità che l’impegno ad aiutare il prossimo si fa più forte. Come dire: più difficoltà, più solidarietà.

Eppure. Nonostante la (reale o presunta) buona volontà e l’impegno di tutti (stati, privati cittadini, organizzazioni internazionali…), stando alle notizie che ci arrivano, finora la popolazione non sembra aver potuto godere di tanta generosità. Gli aiuti, se arrivano, trovano poi enormi difficoltà ad essere distribuiti. E mentre la Banca Mondiale, i Paesi donatori, le Nazioni Unite e gli organismi sovranazionali hanno già cominciato a immaginare un “piano Marshall” da 2,1 miliardi di dollari (10 in dieci anni), gli haitiani ignari di tutto ciò la loro ricostruzione l’hanno già cominciata. Senza aspettare l’arrivo degli aiuti rimettono in piedi le case con le loro mani e con quel poco che è rimasto.

Come si spiega questa sproporzione tra entità dello sforzo filantropico e risultati ottenuti? Inefficienza, inadeguatezza, corruzione, giochi di potere? Probabilmente un po’ di tutto ciò. Tuttavia, in momenti come questi, la caccia ai colpevoli e le polemiche – come quella avanzata dal capo della protezione civile Bertolaso nei confronti degli Usa – servono a poco, se non a fomentare un clima di non-collaborazione e sfiducia.

Ed è proprio su questo aspetto, invece, che ci si dovrebbe fermare a riflettere nel considerare i motivi del malfunzionamento. In un articolo del Sole24ore di qualche giorno fa Haiti veniva paragonata a Copenhagen. Così come nella capitale danese i paesi del mondo non hanno saputo trovare una comune strategia per salvaguardare il bene del pianeta e di tutti i suoi abitanti, così ad Haiti tutti si sono dati un gran daffare, ottenendo un risultato non all’altezza. Urge il bisogno di trovare un’armonia e un coordinamento non soltanto a livello operativo, sul campo, ma a un livello più alto. Sembra che il nostro mondo sia sempre più animato da buone intenzioni. La sfida e al tempo stesso la responsabilità è ora quella trovare la giusta intesa per indirizzarle e gestirle nel modo migliore.

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