Non è un gioco da ragazzi

10807_giocodi Federica Imbrogli (Kaiti expansion)

Comunicare. Cosa ci vuole? È un po’ come scrivere o andare in bicicletta. Chi non ne è capace! Questo purtroppo è il luogo comune o meglio il pregiudizio, che ancora oggi si percepisce quando si parla di comunicazione con la pretesa di riferirsi a delle professionalità. Una “malattia” che non perdona il privato né tanto meno il pubblico è che è assolutamente percepibile. E pensare che sono stati proprio gli enti pubblici a sperimentare per primi (non per lungimiranza, ma costretti dalla legge 150 del 2000) il magico mondo della comunicazione, seguiti più tardi dalle aziende, che solo negli ultimi anni hanno capito una cosa fondamentale: avere un buon prodotto non è condizione sufficiente per avere successo sul mercato. Da qui il bisogno di comunicare il prodotto/servizio e l’azienda. Per molto tempo associati a pillole amare e costose, marketing e comunicazione hanno saputo dimostrare di essere un valore aggiunto per chiunque, dal piccolo Comune di provincia alla grande azienda passando addirittura per l’uomo (business coaching non è forse un altro modo di intendere il “marketing di se stessi”?).

Nonostante tutto, quando si parla di comunicazione la sufficienza con cui molti trattano l’argomento è assolutamente tangibile ed ha un copione che recita all’incirca così: “sì, sì. Certo… Cosa ci vuole! Il problema è che non ho tempo. IO lavoro”. Chi opera nel settore potrà confermare. Una croce che qualcuno di noi dovrà portare più di altri. Ma per una buona causa: far sì che venga riconosciuta dal mercato la “buona comunicazione”, quella pensata e pianificata su misura, che costituisce una ricchezza per tutti, utente finale compreso. Una comunicazione 2.0, per intenderci. Il mercato italiano, da questo punto di vista, sembra aver intrapreso la strada giusta. Una ricerca condotta da Adobe e Ask rivela che il 70% delle aziende coinvolte ha investito nella comunicazione multicanale, mentre un 35% di “pionieri” dichiara l’obiettivo di voler coinvolgere il cliente a tutto tondo, in un’ottica interattiva e web 2.0 appunto.

Non a caso il biennio appena concluso, caratterizzato da evidenti difficoltà per le imprese, ha evidenziato (forse accelerato) un trend già in essere sul mercato mondiale: la contrazione degli investimenti pubblicitari sui mezzi tradizionali (tv, radio, carta stampata) a vantaggio di altri, più innovativi canali. Gli investimenti delle aziende italiane sui media tradizionali hanno registrato nel 2009 un -20%. In esponenziale aumento – al contrario – il mercato online e gli investimenti alla voce mobile advertising (+20%) così come dimostrano i dati dell’Osservatorio Mobile Marketing&Service della School of Management del Politecnico di Milano. Il telefono cellulare e gli smartphone come iPhone, diventano di fatto un nuovo ed efficacissimo canale di interazione tra l’azienda e i propri utenti. Un canale ancora non del tutto esplorato, ma che ha già rivelato molte delle sue potenzialità. Il telefono cellulare è ad oggi lo strumento più indicato per una comunicazione a “misura di target”, in grado di generare un numero di contatti altamente profilati con i quali instaurare un dialogo mirato e propositivo utilizzando il linguaggio proprio degli utenti per così dire “brandizzati” ad un costo spesso inferiore rispetto ai media tradizionali. Ovviamente siamo oltre il messaggio pubblicitario fine a se stesso, in questa fase l’obiettivo delle aziende dev’essere creare una community attorno ad un brand, al servizio/prodotto offerto per fidelizzare il cliente, comunicare con lui e, quando possibile, renderlo partecipe del processo ideativo che ruota intorno al servizio/prodotto.

I tempi sono maturi, ma è evidente che ci sono settori per i quali la propensione al mobile marketing è maggiore, e in particolare: Editoria e Media, Automotive, Giochi e intrattenimento, Abbigliamento, Bancario e Assicurativo. Questo perché, dettaglio non trascurabile, i mobile surfer sono prevalentemente uomini, giovani e con un elevato grado di istruzione. Le potenzialità di Internet e della multicanalità in generale sono enormi. Imprese e imprenditori ne sono coscienti, ma ancora una volta il problema è saper sfruttare al meglio tali potenzialità. La tentazione del “ghe pensi mi”, come abbiamo visto, è forte e sempre in agguato. La professionalità, ancora una volta, non è sinonimo di improvvisazione. Se affidati a professionisti, gli investimenti in marketing e comunicazione ripagano ampiamente l’azienda sia in termini di immagine e fidelizzazione del cliente, ma anche di fatturato. A patto però di tenere a bada quella vocina presuntuosa…

0
0

0 Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.