Lo scatto dentro cui qualcosa accadrà

Paolo Simonazzi_optdi Elisa Predieri

Paolo Simonazzi è un fotografo. Di quelli che si dicono emergenti. Che significa che è uno che fotografa da un certo numero di anni, ha esposto anche a New York e San Francisco, ma non è ancora asceso all’Olimpo degli strafamosi strapagati. Ci incontriamo e vorrei parlare anche di questo, dell’arcano mistero del mercato dell’arte ma finiamo a filosofeggiare di tutt’altro. Così scopro che Paolo Simonazzi è anche medico fisiatra, cordiale, reggiano, sensibile, musicomane, riflessivo. E tutte queste cose di sentono, a guardare bene le sue opere.

Partiamo per esempio dal medico fisiatra: è facile immaginarselo ogni giorno prendersi cura dei suoi pazienti, come è altrettanto facile immaginarselo nel tempo libero, alle prese con i piccoli mondi che custodisce impressi nei suoi rullini.

Mondo piccolo è proprio il titolo del suo ultimo progetto: due mostre parallele che inaugureranno il 1° e il 2 maggio, rispettivamente a Fontanelle di Roccabianca e Brescello. Di che si tratta? “E’ un lavoro ispirato a Giovannino Guareschi e inserito nel programma delle celebrazioni per il centenario della sua nascita. Ho cercato di dare una lettura intimista e trasversale della cosiddetta Bassa: quel piccolo grande mondo che si estende nelle province di Reggio, Mantova e Parma, dove il passato sopravvive miracolosamente assieme agli outlet e all’alta velocità”.

Così fanno capolino la sensibilità e la curiosità, per quelli che lui stesso definisce, “microcosmi esistenziali che racchiudono macrocosmi di umanità”. Questo sono per lui gli angeli della comunità di Don Simonazzi, i proprietari dei nasi di Soragna, Luciano il buratiner e gli artisti di Circo Bidone, il proprietario del chiosco di piadine “Stalingrado food”.

Una rassegna (incompleta) di personaggi che popolano i suoi lavori passati, lo rende decisamente credibile quando dice “le persone sono la cosa più bella che mi ha dato la fotografia”. Ma le persone non sono solo quelle immortalate. Sono anche quelle che stanno prima e dopo ogni progetto che nasce, vive o cresce, “with a little help of my friends”, dice Simonazzi per citare gli amati Beatles. Gli amici che lo aiutano nell’organizzazione, quelli che gli trovano i contatti giusti per lo scatto che ha in mente, quelli che non si perdono un allestimento.

Poi ci sono anche le persone che hanno visto in lui per la prima volta l’Artista. Simonazzi ne racconta due: “Vasco Ascolini che commentò la mia prima mostra a Guastalla con un profetico ‘non puoi più tornare indietro, ora’ e Angela Madesani, curatrice di molte delle mie mostre, che mi ha fatto fare il salto, dal contesto locale a quello nazionale e poi internazionale”.

E prima delle fotografia? Cosa c’è prima della fotografia? Nella sua vita, dice Simonazzi, “la fotografia è un slow train coming. In un certo senso ce l’ho nel DNA; mio padre era appassionato di fotografia, e io ho fatto i primi scatti a 15 anni con una macchina dal nome quasi impronunciabile – Voigllander – regalatami da lui. Durante l’Università ho un po’ abbandonato, perchè gli impegni erano tanti. Ma poi ho ripreso e ho cominciato con le classiche serate-fiume durante le quali imponevo ai miei amici le fotografie di viaggio…”. Quando scatta, invece, prima della fotografia, “c’è sempre un pensiero, che a volte è una specie di folgorazione: parto da un’immagine che vedo e poi non so dove andrò a finire… Come dice Sarah Moon, ‘l’occhio sente prima di vedere'”.

A bruciapelo: cos’è la fotografia? “Intendiamoci subito – dice – la fotografia vera non esiste: ogni scatto è un’interpretazione”. Le sue fotografie ricordano il palcoscenico di un teatro quando il sipario è aperto: lo si guarda con trepidazione sapendo che qualcosa accadrà, che c’è vita anche se nessun attore è in scena. “La fotografia è certamente attesa dell’incanto – ribatte Simonazzi, che però precisa – a differenza di molti illustri contemporanei, io non intervengo sulle immagini a posteriori, è qualcosa che non appartiene alla mia cultura”.

Oltre al Simonazzi riflessivo si è rivelato anche quello che ha una citazione a ogni piè sospinto. Mentre parliamo citiamo Tondelli, Guareschi, Guccini, Zucchero… e tanti altri corregionali illustri, implicitamente. Una conversazione che trasuda Emilia Romagna da tutti i pori. Come un pezzo di gnocco fritto. Cosa ha di speciale questa regione da meritarsi di essere immortalata nei suoi scatti? “E’ una regione in cui reale e surreale si confondono e vivono in apparente simbiosi: penso al camioncino della piadina che si chiama Stalingrado food… Ma del resto il paradosso è una delle strade per arrivare alla verità”.

E anche per il futuro Simonazzi ha in mente due progetti molto nostrani: “vorrei fare un po’ di scatti per raccontare il mondo del ballo liscio, un mondo a rischio di scomparsa; ma mi piacerebbe anche concentrarmi sui lunatici padani, quei personaggi un po’ strambi e fiabeschi che popolano le nostre terre”.

Così siamo tornati a ciò da cui siamo partiti: Paolo Simonazzi fotografa per prendersi cura dell’umanità in via d’estinzione, così come si prende cura dei suoi pazienti? “Mi piacerebbe… Ma sono gli altri che dovrebbero dirlo”.

Io lo dico, per quel che vale.

P.S. Per i collezionisti, Simonazzi ha anche una fotografia della crisi. “L’ho scattata tempo fa in via Garibaldi, a Milano. Una saracinesca abbassata a fianco della quale campeggia un cartello: ‘chiuso per idiozia’. A volte verrebbe proprio voglia…”.

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