Fisco subito!

Secondo recenti stime la pressione fiscale nel nostro Paese ha toccato il traguardo record del 45% e oltrepassa la soglia del 55% se dal Pil si toglie la quota di sommerso. Una scure che si somma alla recessione e ai ritardi nei pagamenti, colpendo migliaia di imprese e generando situazioni paradossali. Capita infatti che molte aziende siano contemporaneamente debitrici e creditrici della pubblica amministrazione, costrette contro ogni logica ad accettare il dilazionamento di quanto è loro dovuto dallo Stato, ma a provvedere in maniera puntuale al pagamento di tributi spesso calcolati su vendite per cui non hanno ancora incassato alcun corrispettivo.
In un’economia come quella italiana, fortemente imperniata sul manifatturiero e sulle pmi, ignorare queste dinamiche aberranti significa condannare migliaia di imprese al fallimento e accentuare la disoccupazione, il crollo dei consumi e l’impoverimento generale del Paese. Sorge l’inquietante dubbio che gli autori delle politiche fiscali ed economiche dell’ultimo decennio non abbiano mai pienamente compreso la fisionomia del nostro sistema produttivo e abbiano al contrario avuto riguardo più per i numerosi alti burocrati pubblici che per quegli imprenditori che tra mille difficoltà tengono in piedi il sistema-Paese. Non mi riferisco tanto alle misure di emergenza prese per salvare il bilancio pubblico all’indomani del default sfiorato a fine 2011, ma più in generale agli ultimi dieci anni di promesse mai pienamente mantenute e di miracoli italiani tramutatisi in nuove Caporetto.
Di fronte a una situazione così grave tre possibili interventi devono essere immediatamente richiesti a qualsiasi governo sarà (speriamo) in carica a breve. Il primo è una seria spending review: non è più possibile pensare di sostenere il peso di un apparato pubblico tanto mastodontico quanto, spesso, inefficiente. Un governo serio dovrà decidere quali tra i numerosi rami della pubblica amministrazione tagliare, anche a costo di farsi dei nemici. Sarebbe per esempio opportuno rispolverare il discorso sull’abolizione delle province finché è ancora fresco nella mente degli italiani. Il secondo intervento deve avere a oggetto l’introduzione di un credito di imposta, quantomeno parziale, per quelle imprese che (in un contesto già grave di stretta creditizia) si trovano prive di liquidità a causa dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. Infine, bisognerebbe perpetuare una lotta all’evasione dura e intelligente, che fornisca alle imprese incentivi a dichiarare ogni proprio cespite e che colpisca chi evade con sanzioni dure ma proporzionate alla gravità della condotta elusiva. Questi tre interventi, una volta attuati, sarebbero da applaudire non solo per il loro buon senso, ma anche per la loro equità. E Dio solo sa quanto il nostro Paese oggi necessiti dell’uno e dell’altra.

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