Simone Fazio

Simone Fazio nasce nel 1980 a Modena, oggi vive e lavora a Castelfranco Emilia (Mo). Nel 2006 è in mostra con una personale dal titolo “Simone Fazio”, curata da Luca Panaro; nel 2007 espone alla Galleria Civica di Modena, con un evento curato da Silvia Ferrari dal titolo “Santa Margherita”; nel 2010 è invitato da Antonella Malaguti a partecipare a “Gemine:Muse”, presso il Museo Civico di Modena. Realizza collettive a Bari, Catania, Mestre,Verona e Parigi. Espone costantemente con la Gestalt Gallery di Pietrasanta. La sua opera, “My fuckin’ black heart”, campeggia sulla copertina del nuovo disco dei “One dimensional man”.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
La pittura era già esistente in un gene del mio DNA e ora che negli anni si è articolato, non riesco più a farne a meno.

Nelle tue opere raffiguri spesso due modelle-gemelle. Cosa ti colpisce di loro?
Mi affascina il tema del doppio. Queste modelle, dotate di personalità distinte, sono accomunate da un identico corpo. E’ come osservare la medesima figura allo specchio, ma la visione è lievemente distorta; questo è esattamente ciò che ricerco per le mie esasperazioni pittoriche.

Cosa non ti piace del mondo dell’arte?
Le intromissioni, i giudizi arbitrari privi di una conoscenza profonda del lavoro. I giovani artisti sono penalizzati da questo sistema: le gallerie esigono vincoli di produzione senza ripagare adeguatamente il lavoro. Tutto deve risolversi con un’equazione di mercato, si sta quindi perdendo lo spirito del “creare per creare”. L’arte non ha niente a che fare con tutto questo.

Ti consideri un outsider?
Qualcuno mi definisce così, ma, volente o nolente, mi sento parte di questo mondo.

Ami la musica. Da quali gruppi ti senti più ispirato?
Ascolto band di nicchia, conosciute da molti, ma comprese e apprezzate da pochi. Le sonorità che interessano alla mia arte sono cupe, distorte, basse e cattive. Il cantato è spesso urlato o appena sussurrato. I testi osano, scavano tra le pieghe del vissuto e le frustrazioni, tra le malattie, la paure che pietrificano e la rabbia che incendia. Odio le etichette e i generi che nascono per fare contenta MTV. Se dovessi fare un nome, per vicinanza e per capacità artistica, direi Trent Reznor.

C’è qualcosa della musica che trasporti nelle tue opere?
Suono (male) la batteria nei “Kill Jesus Kill”. Frequentare musicisti accresce e solidifica la mia concezione personale dell’arte: non mettere barriere, accettare le proposte sensate, lasciarmi coinvolgere, sentirmi libero.

Come definiresti la tua tecnica pittorica?
Antica, nervosa, meticolosa e immortale.

In quale momento del giorno ti colpisce maggiormente l’incidenza della luce sugli oggetti?
Solitamente nel tardo pomeriggio, quando sembra verificarsi un’innaturale sospensione: il quadro di Magritte “L’Impero della Luce” descrive al meglio questa sensazione.

La parola “crepuscolo” cosa ti fa venire in mente: la fine del giorno o l’inizio della notte?
L’inizio della notte, unico momento in cui poter riflettere in solitudine. Ricordo quando a 20 anni mi chiudevo nel mio vecchio studio-garage e dipingevo fino all’alba, oggi non riuscirei più a farlo.

La mostra più bella che hai visto negli ultimi anni?
“Caravaggio e Bacon” a Villa Borghese, nel 2010.

Qual è lo stato della pittura ai nostri giorni in rapporto alle altre arti figurative?
La pittura è autoimmune alle malattie. Ha reagito e si è nutrita di tutto: dalle invasioni alle carestie, dalle pestilenze alle rivoluzioni. La pittura è vecchia quanto l’uomo e saprà resistere anche a questo difficile momento. Altri supporti come il video, la fotografia digitale e, in geneale, le nuove tecnologie sono molto utili alla sperimentazione, ma non duraturi.

Cosa ne pensi della cultura pop e della pop art?
L’analisi spietata che Warhol ci ha regalato è morta con lui, ingoiata e digerita dalla stessa società che l’artista americano criticava. Il suo lavoro ha descritto esattamente il mondo vuoto e luccicante in cui stiamo lentamente affondando. Penso e credo che Warhol non volesse tutto questo, ma la sua “provocazione” mostra le bassezze alle quali la gran parte dell’umanità aspira.

… e dell’arte astratta?
Mi hanno sempre affascinato le cause della sua nascita: la fuga dalla riproducibilità della realtà dopo l’avvento della fotografia. La vera pittura astratta è eseguita con la parte rettile del cervello, che sfugge a qualsiasi controllo: il segno gestuale, lo schizzo di colore, le masse sovrapposte, il dripping… Tutte cose meravigliose, ma troppo spesso un alibi per chi non sa dipingere.

E’ da poco morto Lucien Freud. E’ riuscito a raggiungere il suo amico Francis Bacon?
Sono due grandi maestri, entrambi hanno prodotto opere “enormi”.

A proposito di “vite sregolate”… è tornato di moda il decadentismo, ti affascina?
La nostra società è decadente, siamo tutti “sregolati” e “insani”: dal precario al direttore di banca. Penso a un’opera di Nicola Vascellari, in mostra alla Biennale, dal titolo “Revenge”: un muro di amplificatori mandati in feedback per tutta la durata della mostra; quasi 5 mesi. Un modo per evidenziare le dinamiche comunicative dell’uomo del XXI secolo, e il caos che lo attornia, del quale non riesce più a liberarsi.

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