Fare impresa a casse vuote

Specialmente nei momenti appena successivi allo scoppio dell’ultima crisi finanziaria si è parlato molto delle grandi difficoltà che le imprese da un giorno all’altro hanno dovuto fronteggiare nei loro rapporti con le banche.
Infatti, gli istituti di credito (specialmente quelli di grandi dimensioni operanti su scala globale) erano stati costretti a svalutare un ingente porzione dei titoli da essi detenuti in portafoglio e avevano quindi deciso che la liquidità che solitamente era destinata alle imprese a titolo di finanziamento sarebbe servita in primo luogo a rafforzare i propri coefficienti di stabilità finanziaria, al fine di rispettare quanto previsto dall’accordo di Basilea II.
In questo modo la crisi esplosa nei mercati finanziari mondiali si espandeva a macchia d’olio anche nei mercati periferici e bussava alla porta delle piccole medie imprese locali, le quali erano solite valersi del credito bancario per finanziare anche le operazioni che componevano la loro gestione ordinaria. La stretta creditizia (in inglese credit crunch) ha pertanto avuto conseguenze gravissime su quella vastissima galassia di imprese di dimensioni ridotte che compongono il sistema produttivo delle regioni padane. In molti casi, infatti, l’improvvisa chiusura delle linee di credito ha acuito un ritardo globale dei pagamenti e ha messo in ginocchio quando non addirittura portato all’insolvenza un elevato numero di imprese, mettendo in luce una loro cruciale debolezza, ossia la loro estrema carenza di disponibilità liquide, così esigua da rendere il finanziamento bancario la vera e propria unica fonte di ossigeno per le attività da esse svolte.
Tale rilievo è emerso anche da diversi studi compiuti a livello nazionale, nei quali è stato evidenziato come molte delle piccole-medie imprese italiane siano relativamente sotto-capitalizzate e abbiano riserve di denaro liquido molto scarse. Caratteristica questa che le rende fisiologicamente deboli e fortemente influenzate dalle decisioni degli istituti di credito, coi quale viene instaurata una relazione di dipendenza quasi vitale.

Una volta delineato questo preoccupante quadro globale, sorge quindi spontaneo chiedersi se questo grave problema interessi anche le imprese del nostro territorio e se negli ultimi tempi la loro condizione sia rimasta immutata o se vada lentamente migliorando. Rivolgiamo tale interrogativo a Lucia Vergalli, responsabile dell’ufficio economico di Confapi PMI Reggio Emilia, che dalla sua posizione può certamente fornirci una visione privilegiata della situazione. “Le aziende reggiane hanno sofferto molto a causa di crisi di liquidità. Il fenomeno è generato da diverse variabili: in primo luogo, secondo quanto rilevato da una recente indagine svolta da Confapi PMI Reggio Emilia, le nostre sono prevalentemente piccole-medie imprese, e risultano essere tendenzialmente sottocapitalizzate. In secondo luogo, in tali imprese la “funzione finanza e controllo di gestione” è spesso trascurata e a risentirne è proprio la liquidità aziendale giornaliera, anche in presenza di risultati economici positivi. Questi problemi strutturali sono ulteriormente amplificati nei momenti di congiuntura negativa, in cui la perdita di fatturato e l’allungarsi dei tempi di pagamento da parte dei clienti causano disagi proprio nella gestione della liquidità giornaliera, andando ad inficiare pesantemente anche i rapporti con gli istituti di credito. Tale problema è particolarmente sentito dalle PMI inserite nelle catene di subfornitura che subiscono le imposizioni dei tempi di pagamento delle grandi imprese committenti”.

Visto che sono stati chiamati in causa, è opportuno approfondire ulteriormente il ruolo degli istituti di credito. Spesso le banche sono state accusate di non essersi mostrate sufficientemente comprensive verso le imprese che versavano in una crisi di liquidità transitoria e di avere fatto valere in primo luogo il proprio interesse immediato senza curarsi troppo delle conseguenze per le imprese finanziate. In tale contesto problematico viene spontaneo chiedersi se le associazioni di categoria possano interporsi e fare da diretto interlocutore con le banche al fine di concordare per i propri associati soluzioni di uscita dai momenti di crisi che non comportino per questi ultimi conseguenze traumatiche. “Le banche, così com’è capitato a molte aziende, hanno subito un vero e proprio shock – precisa Lucia Vergalli – hanno quindi reagito inizialmente alla crisi chiudendosi a riccio per ‘proteggere’ il proprio sistema, irrigidendo i comportamenti per seguire alla lettera i dettami di Basilea 2 (normativa che ha un noto effetto pro-ciclico) e limitando al massimo le autonomie deliberative. Tra le tante critiche che si possono avanzare a Basilea 2, una di quelle più evidenti concerne l’effetto di scollamento tra l’impresa e la banca da essa causato a livello territoriale: la banca spesso non conosce e non comprende il dinamismo dell’economia reggiana e gli imprenditori che hanno contribuito negli anni a rendere questo territorio particolarmente prospero”.

Per avere però un’idea esaustiva della situazione è necessario sentire anche le dirette interessate, ossia le banche, interpellando in merito al loro delicato ruolo Carlo Rodolfi, responsabile della consulenza alle imprese di Banca Reggiana. “Sicuramente alcune banche in questi ultimi anni sono state costrette a spostare maggiormente la loro attenzione su problemi interni e a tralasciare alcune esigenze delle imprese – ammette il dott. Rodolfi – però il sistema del Credito Cooperativo è fortemente frazionato e opera in modo esclusivo sul territorio nel quale è presente, perciò è stato maggiormente coinvolto e partecipe nel supportare le imprese. Ovviamente le strategie operative adottate ci hanno consentito di operare a sostegno delle imprese, sempre coinvolgendo gli imprenditori e volendo essere partner di progetti, non solo meri finanziatori”.

Ragionando sulle possibili soluzioni ai problemi di liquidità delle imprese, va osservato che tali problemi potrebbero forse essere mitigati inducendo gli imprenditori a perseguire una maggiore stabilità finanziaria tramite una gestione più prudente. Per perseguire tale finalità un contributo importante potrebbe essere anche in questo caso dato dalle associazioni di categoria, le quali potrebbero fornire ai propri associati un supporto “educativo” che insegni loro come possa essere concretamente praticata una gestione più prudente delle proprie imprese. “Il tema della finanza e del controllo di gestione è molto caro a Confapi – sottolinea Lucia Vergalli – è tempo che anche le PMI adottino modalità di gestione ‘da grandi’ per evitare di cadere in problemi di liquidità. A tal fine abbiamo realizzato, in collaborazione con la Camera di Commercio di Reggio Emilia e l’Università degli studi di Parma, un check-up finanziario su 70 aziende del territorio, ponendo come priorità il tema della sottocapitalizzazione e fornendo ai nostri associati spunti e strumenti utili che possano permettere loro di gestire in ottica moderna la finanza aziendale. Noi riteniamo – conclude Lucia Vergalli – che ovviamente qualcosa dovrà cambiare e tutti i protagonisti dell’economia del territorio, dall’azienda agli istituti di credito fino ai consulenti aziendali, dovranno rendersi conto che, oltre ad una buona gestione economica patrimoniale e fiscale, un sano controllo finanziario può fare la differenza”. E gli istituti di credito come possono contribuire a questo processo educativo? “La Banca da sola non può obbligare a cambiare una cultura – sottolinea Rodolfi di Banca Reggiana – ecco perché è necessario che tutti gli attori di un territorio vengano coinvolti: le Associazioni di categoria, l’Ordine dei Dottori Commercialisti, Professionisti, Consorzi Fidi, ecc. Esistono poi degli strumenti finanziari specifici, quali i prestiti partecipativi, che possono consentire anche tramite agevolazioni legislative di migliorare la stabilità aziendale e pianificare interventi per sviluppi futuri.”

In definitiva, la soluzione a questo serio problema del nostro sistema economico è rinvenibile solo tramite l’azione congiunta di tutte le parti chiamate in causa, ciascuna delle quali deve contribuirvi intervenendo sulla funzione da essa svolta. Le banche devono in primo luogo comprendere che, qualora vogliano operare in un contesto locale come finanziatore di piccole-medie imprese, debbono abbandonare una volta per tutte le speculazioni sul mercato dei titoli, al fine di non coinvolgere indirettamente anche le imprese manifatturiere clienti nella grande esposizione al rischio connaturata a certi tipi di operazioni finanziarie.

Le imprese, specie quelle di dimensioni ridotte, devono comprendere una volta per tutte che, in un mercato che di giorno in giorno appare sempre più globale, essere piccoli significa essere deboli e avere una vita più breve sul mercato stesso. Pertanto, è ora che i piccoli imprenditori abbandonino una volta per tutte la vecchia attitudine da ‘padroncini’ che troppo spesso ancora li contraddistingue, e si impegnino a rafforzare la propria impresa tramite operazioni di fusione, acquisizione o partnership coi propri concorrenti (che magari sono fisicamente situati a pochi chilometri di distanza) e a reinvestire la stragrande maggioranza degli utili nelle proprie imprese, anche riducendo i dividendi di propria spettanza. Così facendo, si avranno probabilmente imprenditori con stili di vita più frugali e calvinisti, ma imprese più solide e grandi, ossia le uniche realmente in grado di giocare un ruolo importante nel mercato e rilanciare la nostra economia vacillante.

Infine, una funzione ugualmente importante spetta alle associazioni di categoria, che hanno il non facile compito di educare gli imprenditori, guidandoli verso una gestione improntata al conseguimento di una maggiore stabilità. Tali associazioni devono quindi fornire il principale impulso ad un tipo di innovazione che non riguarda il prodotto o il processo produttivo, ma un elemento talvolta più restio al cambiamento: lo stile di direzione aziendale.

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