Più lontano della luna

Questa storia che arriva dalle stelle ha un duplice lieto fine. Lanciata in orbita nel 2005 grazie a un sistema di propulsione ionico, la sonda spaziale giapponese Hayabusa due anni dopo raggiunse l’asteroide 25143 Itokawa, una roccia di bassissima densità lunga circa 500 metri situata fra l’orbita della Terra e quella di Marte, allo scopo di prelevare dei campioni di materia extraterrestre attraverso i quali ottenere possibili elementi per fare luce sui molti misteri che ancora avvolgono l’origine del sistema solare. Pare infatti che il corpo celeste in questione mantenga la propria forma da 4,6 miliardi di anni.

Purtroppo, un’eruzione solare arrecò diversi danni al veicolo giunto a destinazione, compresi i guasti di due delle tre ruote di reazione, che controllano l’orientazione della sonda rispetto al sole e mantengono il puntamento dei pannelli solari, e di due dei quattro motori a ioni. Inizialmente quindi si era temuto non solo che la sonda rientrasse sulla Terra a bocca asciutta, ma di perdere del tutto il dispositivo di campionamento, sul cui esito operativo rimanevano numerose incertezze. A giugno di quest’anno, invece, Hayabusa ha fatto ritorno a casa, dopo un viaggio epico durato tre anni più del previsto, con tanto di colpo di scena finale nel constatare l’incredibile sopravvivenza alla protratta permanenza nello spazio e al rientro in atmosfera ad altissima velocità (circa 43.000 km/h) della sonda-madre, che a differenza della capsula non era dotata di scudo termico ed era stata progettata per disintegrarsi durante il rientro. Oggi, dopo cinque mesi di analisi, l’agenzia spaziale giapponese Jaxa ha dichiarato che invece la mini-capsula di 40 centimetri di diametro ha raccolto circa 1500 granelli di materiale di origine extraterrestre. Per la prima volta nella storia della ricerca spaziale si è riusciti a portare sulla Terra un campione, per quanto infinitesimale, proveniente da un corpo celeste più lontano della Luna.

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