La versione di Paolo

"Di tempo non ne abbiamo poco, ne sprechiamo tanto. L'uomo grande non permette che gli si porti via neanche un minuto del tempo che gli appartiene" (Lucio Anneo Seneca)

di Elisa Predieri

Di Lauro Paolo Farioli, classe 1940, sappiamo che dopo una mezza vita da imprenditore nel settore ceramico, ha ben pensato, per l’altra mezza, di realizzare un sogno rimasto nel cassetto: diventare archeologo. Armati di una sacrosanta curiosità andiamo quindi a trovarlo nella sua casa incastonata nel centro di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia.

Imprenditore del settore ceramico: come ha cominciato?
“Sono il secondo di sei fratelli e non ho avuto molta scelta…. Dopo il diploma in ragioneria per motivi economici ho dovuto abbandonare gli studi e ho fatto l’impiegato in ceramica. Dopo qualche anno ho pensato che se ero capace di far guadagnare gli altri, sarei stato in grado di guadagnare anche per me. Così, nel 1969, assieme a un collega, ho fondato un’azienda”.

Una storia imprenditoriale della quale ci racconta alcuni aneddoti che suonano un po’ come “la versione di Paolo”, su questioni all’ordine del giorno. Internazionalizzazione ante litteram, per esempio: “Nel 1973 ho fatto il primo viaggio negli USA e in Canada. Tre settimane in giro con la valigia del campionario: la ceramica italiana era quasi sconosciuta come materiale da pavimenti e da rivestimento, un mercato tutto da costruire”. Ma anche pari opportunità: “Io avevo quasi solo donne in ufficio, perchè le ritengo generalmente più brave degli uomini e non ho mai rifiutato a nessuna il part-time”. E pure formazione permanente: “Quando ho cominciato a vendere sui mercati di lingua tedesca e mi sono reso conto che gli interpreti non sempre traducevano quello che io volevo comunicare, così mi sono messo a studiare il tedesco e ho fatto in modo che lo studiassero anche tutte le mie dipendenti”.

Si sente spesso dire che “un tempo era più facile fare impresa”. Cosa ne pensa?
“Allora c’erano senza dubbio condizioni diverse, grazie a fasi cicliche di boom, durante le quali il mercato era disposto a pagare i prezzi che venivano richiesti, consentendo buoni utili. Ma c’era anche uno spirito diverso: eravamo portati a rischiare per indole, volevamo crescere ma avevamo anche il pensiero del domani. Perciò da un lato risparmiavamo, dall’altro non smettevamo di investire in innovazione e ricerca di nuove tecnologie e nuovi mercati”.

Una ricetta di successo questa, se nel 1999 Paolo ha ricevuto un’offerta di cessione del suo ramo di azienda, potendo così andare “parzialmente in pensione”. L’anno successivo si è infatti iscritto a Parma alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dove nel 2009 si è laureato con lode (e grande soddisfazione della moglie) in Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana.

Su cosa ha fatto la tesi? “Il titolo è “I ninfei a mosaico parietale nell’area campana”. I ninfei in età arcaico-classica erano grotte con sorgenti d’acqua, nelle quali si veneravano le ninfe. Successivamente, all’epoca del primo impero romano, si eressero specifiche strutture in muratura, che diventarono ambienti di otium per le classi aristocratiche e anche uno status symbol per i borghesi arricchiti che nei giardini delle loro residenze fecero costruire edicole con nicchie rivestite e decorate con mosaici policromi. La finalità della mia tesi consisteva nell’indagare e mettere in luce analogie e differenze architettoniche, decorative e funzionali tra i ninfei campani risalenti all’epoca del primo Impero”.

Nelle sue ricerche Paolo ha fatto una scoperta che oltre ad avergli fatto meritare la lode, gli ha garantito anche la richiesta di una copia completa della tesi dalla Soprintendenza del Ministero dei Beni Culturali. “Nella villa romana di San Giovanni in Palco a Lauro di Nola esiste un meraviglioso esemplare di ninfeo che il Ministero ha riconosciuto come sostanzialmente inedito. Io ho trovato casualmente qualche dettaglio su Internet e da lì ho cominciato le mie indagini che, anche dopo la tesi, proseguono dato che assieme alla Pro Lauro sto cercando di fare il possibile per dare alle stampe una pubblicazione approfondita. Vedremo…”.

Altra domanda d’obbligo: come si è trovato all’Università?
“I compagni mi hanno accettato bene. Alcuni non hanno mai smesso di darmi del Lei, per rispetto della mia età, ma lentamente mi sono inserito nel gruppo. Un giorno, in attesa di sottopormi a un esame, si è seduto al mio fianco un ragazzo che ripassava freneticamente un plico di appunti fotocopiati. Li ho guardati bene: erano i miei…”.

E pure con i professori c’è “la versione di Paolo”: “L’ultimo esame che mi rimaneva era quello di Letteratura latina con il Professor Biondi, temutissimo perché latinista rigoroso ed esigente. La mia esperienza professionale mi ha portato a riflettere sull’importanza della specializzazione. Sono andato a ricevimento e ho espresso con una certa titubanza al Professore il mio pensiero. Quando facevo l’imprenditore se avevo bisogno di una consulenza legale andavo da un avvocato; allo stesso modo, da archeologo, mi sarei rivolto a un latinista. Non penserei certo di poter risolvere io le querelles tra accademici. Che mi ha risposto? Che forse dal mio punto di vista potevo avere ragione ma che a Parma erano abituati così”.

Che idea si è fatto, da ex-imprenditore, del mondo della cultura?
“L’ambiente universitario che io ho frequentato mi ha dato l’impressione di essere abbastanza statico e conservatore. Chiarendo che mi sono trovato anche di fronte professori preparati e motivati, c’è qualcosa che mi ha turbato: il fatto di vedere tanti giovani che si iscrivono a facoltà molto attraenti ma che non hanno sbocchi sul mercato del lavoro, se non per scavi di emergenza e mal pagati”.

Anche sulla valorizzazione del patrimonio artistico del nostro paese Paolo ha la sua versione: “Abbiamo ricchezze incredibili ovunque, sparse per la provincia italiana. Qualche tempo fa sono andato con mia moglie nelle Marche a vedere alcune statue dorate in bronzo: un unicum che probabilmente rappresenta i famigliari di Nerone, seppellite e distrutte per damnatio memoriae. Prima custodite nel museo di Ancona, sono state poi restituite al Comune di Pergola che le ha reclamate. Ora mi dica: lei ne ha mai sentito parlare!? Eppure sono meravigliose… Il fatto è che sarebbero necessarie troppe risorse per mantenere e salvaguardare questo patrimonio disseminato un pò dappertutto, che attira pochi visitatori perchè poco pubblicizzato e fuori dai grandi flussi turistici che tendono a concentrarsi su percorsi standard. Forse bisognerebbe centralizzare ulteriormente…”.

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