Il morbo della corruzione

di Michela Cocchi (Avvocato, Membro dell’UIA)

Oggi, come mai prima, appare evidente che la lotta alla corruzione sia una delle più grandi sfide mondiali, che porterà dirette conseguenze sullo sviluppo dell’intero pianeta. Secondo il report 2007 della Banca Mondiale, la corruzione rappresenta un’industria mondiale pari a 1 trilione di dollari: combatterla è uno dei più importanti temi del 21mo secolo. Poiché la corruzione è un fenomeno multidimensionale, causato da diversi e molteplici fattori, la soluzione non può essere semplice. L’enfasi maggiore va posta sulla prevenzione e, in particolare, sul rafforzamento dei meccanismi di controllo delle imprese, soprattutto, interni, che sono potenzialmente un catalizzatore di contrasto alla corruzione. Il termine ‘corruzione’ è usato con vari significati. Il dizionario fa riferimento a “mancanze di integrità” oppure a “comportamenti disonesti”.

Sebbene siano numerose le convenzioni internazionali sul tema, non esiste una definizione di corruzione globalmente accettata. Transparency International, la più importante think-tank internazionale nella lotta alla corruzione, la definisce come “l’abuso di un potere per profitto personale”. L’impatto negativo della corruzione sulle comunità, di qualunque ambito e dimensione, non può essere messo in dubbio. La corruzione frena lo sviluppo economico, riduce i servizi sociali e distorce gli investimenti. Uno degli aspetti del tema, che richiede urgente attenzione da parte del mondo degli affari e, in particolare, dell’area della responsabilità sociale, è la concorrenza.

Se un’impresa corrompe un pubblico ufficiale al fine di accapparrarsi una commessa, anche le altre imprese sue concorrenti potranno corrompere altri pubblici ufficiali per rimanere competitive. E’ il cosiddetto ‘dilemma del prigioniero’: se altri lo fanno, anche io devo farlo per non perdere opportunità di business. L’argomento non è nuovo e, in ambito internazionale, fu utilizzato dalle imprese americane, con riferimento alle concorrenti europee, dopo l’entrata in vigore, nel 1977, del Foreign Corrupt Practices Act. La pressione esercitata dagli operatori economici americani determinò il Governo degli Stati Uniti a trasferirla nell’ambito del forum OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development), con lo scopo di livellare il campo di gioco degli affari internazionali al riguardo delle pratiche corruttive. Come conseguenza, nel 1997, venne creata la Convenzione OECD Anti-Corruzione.

Attualmente, a livello internazionale, con la crescita degli investimenti stranieri provenienti dai mercati emergenti, ancora una volta, la competitività puo rivelarsi sbilanciata in favore delle imprese che praticano la corruzione. Gli Stati Uniti rappresentano tuttora la forza leader nella lotta alla corruzione: nel 2005, si registravano 50 casi giudiziari pendenti di fronte alle Corti statunitensi contro multinazionali provenienti da quei mercati; oggi, se ne registrano oltre 30.

L’esistenza della Convenzione del 1997, con la sua conseguente cogenza nell’ambito dell’area dei Paesi aderenti e membri OECD, individua un’unica possibile direzione, per ristabilire equilibrio concorrenziale: portare anche i Paesi emergenti, estranei alla Convenzione, a proibire e contrastare la corruzione. Non è evidentemente compito facile.

La maggior parte degli strumenti di contrasto alla corruzione e dei meccanismi esistenti in tema di responsabilità sociale d’impresa si focalizzano sulle imprese multinazionali provenienti dal mondo occidentale: sarebbe invece necessario includere, non solo i nuovi mercati, ma anche e le piccole e medie imprese (PMI). Il margine di profitto delle PMI è sostanzialmente più basso di quello delle grandi imprese: per essere efficaci, i programmi anti-corruzione del settore privato devono, allora, avere costo basso – quando non zero – per le PMI. Combattere la corruzione a livello delle PMI, del resto, ha effetti decisamente più pervasivi nel sistema sociale: la galassia delle piccole e medie imprese copre il 95% dell’intero universo imprenditoriale nel nostro paese e i due terzi del complessivo impiego privato. Oggi, le strategie contro la corruzione possono avvalersi di un nuovo strumento internazionale: l’apposita Convenzione delle Nazioni Unite, adottata a New York il 31 ottobre 2003.

La corruzione targa la Giustizia con un prezzo e rende la regola di diritto inefficace. Dal punto di vista dell’iniziativa imprenditoriale, il coinvolgimento di un imprenditore in attività corruttive o la percezione del livello di corruzione di una comunità dipendono, in gran parte, dall’efficacia, nell’ambito di quella comunità, della protezione dei diritti di proprietà e dei contratti. Nel pianificare un accordo corruttivo, un imprenditore prende in considerazione i prevedibili costi della sanzione e dove questi appaiano bassi, più alta sarà la percentuale di imprese effettivamente corrotte.

La corruzione è fondamentalmente una relazione, che si fonda su un’ineguaglianza e produce maggiore ineguaglianza, portando bassa crescita economica, bassa efficacia dell’azione di Governo, bassa stabilità, alto rischio complessivo. Sviluppo e globalizzazione dipendono dall’applicazione delle norme, che significano funzionamento e, dunque, correttezza del sistema legale: un sistema legale scorretto produce sfiducia e corruzione. Sfiducia e corruzione formano la c.d. sindrome del cattivo capitale sociale, che danneggia l’intera economia.

Uslaner, nella sua opera “The Bulging Pocket and the Rule of Law: Corruption, Inequality, and Trust” individua un vero e proprio modello di interconnessione tra fiducia, corruzione, disuguaglianza, qualità di Governo e politica economica: “l’ineguaglianza abbassa la fiducia e impoverisce l’azione di Governo; l’abbassamento del livello di fiducia porta a maggiore corruzione. Un sistema legale scorretto porta a violare la regola e a maggiore corruzione. La violazione della regola, a sua volta, porta a una ulteriormente maggiore diffusione della corruzione. La povertà dell’azione di Governo pure porta a violare la regola. La corruzione porta povertà dell’azione di Governo e maggiore ineguaglianza.”

Oggi più che mai, fiducia e legge sono alleati, piuttosto che rivali: non ci può essere fiducia senza regola efficace.

La stabilità di fiducia, corruzione e ineguaglianza, con la loro forte interconnessione, dimostra tutta la difficoltà di contrastare la corruzione.

In molte economie, la corruzione è istituzionale e si manifesta quotidianamente.

Economicamente, la corruzione, tuttavia, è molto più che un comportamento sbagliato: se, da un lato, immediatamente beneficia pochi, dall’altro lato, costa alla società, al settore privato e al Governo sul lungo periodo.

La corruzione distorce risorse; sviluppa politiche e norme inefficaci; abbassa i livelli di investimento; riduce competitività, concorrenza ed efficienza; taglia i fondi per beni e servizi essenziali; accresce la spesa pubblica; scoraggia produttività e innovazione; alza i costi degli affari, assimilandosi a una sorta di tassa sull’affare; abbassa i livelli di crescita; abbassa i livelli di impiego privato; riduce la qualità nel settore del pubblico impiego; amplifica povertà e ineguaglianza; mina la regola di diritto; danneggia la democrazia e le riforme orientate al mercato; accresce l’instabilità politica; innalza il tasso di criminalità. Lottare contro la corruzione non è solo la cosa giusta da fare, ma anche la più vantaggiosa.

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