Sindrome da Venerati Maestri

267Riproponiamo oggi l’intervista a Edmondo Berselli, comparsa qualche anno fa sulla nostra rivista. Un omaggio a chi viveva di parole (neorealistiche, verrebbe da dire) e ora, nelle sue parole, sopravvive.

Nicola Matteucci, Benedetto Croce e Renzo De Felice e ancora Alberto Arbasino e Giovanni Sartori, fino a Cladio Magris, Alessandro Baricco, Franco Battiato e Giuliano Ferrara, un viaggio tra le pagine dell’humus pensante del Novecento italiano, in un‘epopea spassosa al parossismo che vede Edmondo Berselli impegnato ad infilare con metodica determinazione i Venerati Maestri in una scatola che debitamente scossa esplode schegge di ironia incendiaria, a smantellare colpo dopo colpo – a furia di storielle, aneddoti e considerazioni al vetriolo – lo snobismo ricattatorio della cultura d’élite, la sapienza da libro intonso, gli status symbol che considerano gli ambiti del difficile e dell’alternativo gli unici depositari di quella sapienza primordiale e originaria che l’intellettualità ama sbandierare, restituendoci un ritratto della cultura italica sempre più impietoso man mano si procede verso il vacuo marasma presenzialista da prima serata dei giorni nostri. Si ride molto coi Venerati Maestri, e l’Opera Immorale diventa un modo per mettere a nudo attraverso l’onestà intellettuale di un personaggio che da più di trent’anni si occupa di cultura gli atteggiamenti, le scelte, i luoghi comuni tipici di un preciso gruppo sociale che non legge niente, non ama nessun film, non apprezza libri, ma è pronto ad allinearsi con giudizi benpensanti, quando eventi e pubblico lo richiedono, senza mai crederci fino in fondo.

Berselli perchè ha sentito la necessità di mettere per iscritto – nomi e cognomi – la nostrana spocchia intellettual – culturale?
Non ho ragioni nè nobili nè ignobili per farlo: l’ispirazione prende forma in seno all’ambiente che frequento, nel quale tutti sostengono da sempre le stesse cose; a nessuno piacciono i film di Moretti, Bertolucci, Benigni, Tornatore, ma quando si tratta di prendere pubblicamente posizione, ecco che per miracolo diventa tutto bello, e si canta vittoria condita da nostrano campanilismo. Nessuno degli intellettuali che conosco si sente di sostenere in pubblico che La Vita è Bella è il film impresentabile di un autore che ha fatto carriera recitando interi monologhi sul sesso e le feci (e faceva ridere!) e ora si occupa di “arte cinematografica” e declama ispirato Dante in Santa Croce. Del resto come si fa a giudicare brutto un film sull’olocausto? Sullo sfondo scorre una specie di anatema morale che recita, “se il film ti fa schifo è perchè sei antisemita!”, una trovata geniale e intimidatoria. Mi sono dunque divertito a costruire questo teatrino, dalla cultura letteraria al cinema; ho cercato di mettere in luce il gioco ricattatorio implicito della “cultura da torre d’avorio” dove vige l’assioma “Caro lettore, se non capisci è colpa tua!”, e i contriti ignoranti son pronti ad ornare i propri scaffali di decorativissimi libri nemmeno sfogliati, sfrondando quel senso di colpa generato dal paradosso della “non conoscenza”.

Spunto interessante: lei pensa che l’esplosione di vendita dei collaterali con quotidiani e periodici nazionali derivi da questo implicito ricatto? Compriamo le collane di libri in edicola perchè ci piace vedere la summa intelligentiae esposta in bell’ordine nelle nostre librerie?
Non penso si tratti solo di questo: c’è anche un aspetto legato alle comuni ed evocate ricordanze che appartengono al nostro passato bagaglio scolastico. Le opere dei classici, l’arte, la letteratura sono brecce di sapere che si conoscono dai tempi della scuola e che magari allora sono state trascurate in nome del pallone, delle donne, del ‘68, dei viaggi, della “Milano da bere”. Coi collaterali ci viene data l’opportunità di rimediare alle distrazioni di adolescenza e giovinezza, c’è un altro ricatto, stavolta dal sapore pedagogico: e allora li acquistiamo, colpevoli e ingordi, ma in tutta sincerità chi rileggerà mai Boccacio, Petrarca o l’intero Dostojevskij?

Ma anche lei fa parte di quelli a cui non piace niente? Chi e cosa apprezza Edmondo Berselli?
A me piacciono le cose artigianali, e penso che i prodotti buoni arrivino quando li si fa con mestiere e passione, e non quando si parte puntando da subito al sublime: per esempio apprezzo Dino Risi che ha prodotto film trasformandoli con dedizione e impegno in un genere, ben pensati e ben montati, costruendo il neorealismo cinematografico passo dopo passo. Non mi piace il Claudio Magris del Corriere che smette la sua professionalità di intellettuale esperto in cultura mitteleuropea  e si veste di editoriali pneumatici, pieni di parole vuote e decorative, per il puro gusto del bello scrivere. Non mi piace che il più importante quotidiano italiano faccia sfoggio di una cultura generalizzata, come a dire al nostro pubblico incolto diamo i columns di Magris, noi nel frattempo leggiamo altro. Non mi piace il  nuovo Aldo Busi televisivo che ha imbellettato il suo personaggio nella macchietta gay di se stesso, neppure l’iperSgarbi, con nani e ballerine al seguito. Non mi piace chi pensa di saper far tutto e nemmeno chi è forzatamente dappertutto.

E Giuliano Ferrara le piace?
E’ un uomo intelligente e di talento, un pifferaio che ha stregato i 5000  e più adepti del Foglio che lo accompagnerebbero fino in fondo al mare nei suoi rocamboleschi innamoramenti culturali, politici e intellettuali.

Mi tolga una curiosità, lei che scrive di cultura da tempo e in forme diverse. Per quale ragione in questo paese abbiamo sempre bisogno di parlare per macro argomentazioni? Perchè anche sullo zapping in prima serata c’è sempre un politico/intellettuale/esperto che non resiste e tira fuori la formula “ i grandi temi”?
La preferenza dell’astratto per il concreto, delle premesse generali rispetto all’analisi dei fenomeni particolari è tutta italiana. Si figuri che succede anche in economia: noi al Mulino siamo stati tra i primi a sovvertire l’ordine costituito quando alla teoria del valore abbiamo sostituito le analisi sui distretti delle calzature, del tessile, delle piastrelle in ceramica, secondo la lezione empirica della sociologia anglosassone. Io sono un ammiratore del sociologo Albert Hirschman, convinto che la realtà possa essere governata e migliorata poichè le riforme non sono astratte, ma interessano le cose. Mi passi la battuta: mentre negli anni Settanta tutta l’Europa smantellava poste e ferrovie pubbliche, noi in Italia abbiamo provato ad abbattere lo Stato Borghese, veda lei se ho risposto.

Di cosa soffre il nostro paese?
Il paese è vecchio ed è gestito con un approccio gerontocratico: l’Italia è stanca perchè ha attraversato un cambiamento d’epoca significativo negli anni ‘90, concentrato su tangentopoli, la crisi economica, la fine delle strutture partitiche che hanno fatto la storia democratica del paese, la perdita dei diritti acquisiti. Siamo ancora fortemente intorpiditi da tutto questo e abbiamo galleggiato in un’ansia compulsiva che è stata in grado di tenere unito il paese grazie all’economia dei telefonini, al lavoro trafelato fino a sera tarda; abbiamo reagito senza una linea come se ognuno supplisse a suo modo alla mancanza di una guida strutturale e univoca. Stiamo affrontando i grandi cambiamenti planetari senza una cultura democratica solida alle spalle, consapevoli di un benessere recente, timorosi di quel che ci aspetta: sono però ottimista sull’Italia e sul cambiamento perchè ritengo che in ogni condizione ci sia una riforma possibile.

servizio: Valeria Montanari

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