Vendersi la lingua

Tra i termini più dispregiativi che possiamo usare per apostrofare individui che consideriamo pronti ad ogni genere di perdita della dignità pur di ottenere vantaggi personali, abbiamo il termine lecchino, con tutto un corollario di vocaboli affini in cui si illustra in ogni modo – osceno e non – l’uso improprio della lingua. Per trovarne l’origine dobbiamo andare a rivolgerci tra le pieghe della Storia, laddove agisce la diplomazia, da sempre grandiosa palestra di ruffianeria.
Tutto nasce da un episodio narrato dallo storico francese dell’Ottocento Maurice Lachâtre, grande erudito ma anche un anticlericale sfegatato. Nella sua enorme opera (dieci volumi!) dall’eloquente titolo di Storia dei Papi, dei loro crimini, assassinii, avvelenamenti, parricidi, adulterii e incesti, da San Pietro a Gregorio XVI, si narra un episodio che vede come protagonista il cardinale piacentino Giulio Alberoni, al tempo ancora un giovane abate. Siamo alla fine del Seicento e il duca di Parma lo incaricò di andare a trattare col duca francese Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme. Costui era un personaggio grossolano, dissoluto in ogni ambito e soprattutto esageratamente goloso. Amava ingozzarsi di cibo senza ritegno e, per questo, spesso soggetto a disordini intestinali di ogni genere. Questo lo portava spesso a ricevere i suoi ospiti seduto su una chaise percée per espletare i suoi bisogni, e così fece anche in occasione della visita dell’abate. Lungi dal formalizzarsi, Alberoni ringraziò il Borbone per la famigliarità che gli usava, espose i motivi della sua missione, mescolando al proprio discorso battute e motti salaci che piacquero molto al duca, il quale alzandosi per prendere i propri vestiti, porse le terga nude all’abate. Questi si affrettò ad avvicinarsi e ad inginocchiarsi esclamando «Oh, culo d’angelo!». Non aggiungiamo ulteriori dettagli, se non che la missione diplomatica ebbe pieno successo, l’Alberoni si proiettò verso una formidabile carriera diplomatica e i posteri trovarono un formidabile neologismo per definire colui che va oltre la ruffianeria.

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