Da cosa rinasce cosa

Per decenni la produzione industriale ha goduto di materie prime e risorse energetiche in abbondanza e a buon prezzo, senza doversi curare minimamente dei danni ambientali provocati da emissioni, rifiuti e fine ciclo vita dei prodotti. Ora questo sistema di fare e di vedere le cose è diventato insostenibile. Urge ripensare interamente un modello economico che non può più permettersi di scialacquare disinvoltamente risorse e materiali. Si dovrà ricominciare dal basso, dai rifiuti. Ma smettiamola di chiamarli scarti, iniziamo a chiamarle risorse. E cominciamo a familiarizzare con il concetto di economia circolare.

Ci avete fatto caso? La parola capitalismo negli anni ha cominciato ad avere un’accezione sinistra, quasi minacciosa. E questo non certo per un’improvvisa rinascita del pensiero marxista, ma perché tutti hanno capito ormai che, perché il capitalismo prosperi – e faccia prosperare anche il tessuto sociale alla sua base – l’economia deve essere in costante espansione. L’economia del sistema capitalistico come lo abbiamo sempre conosciuto, non tollera ristagni, figuriamoci recessioni. Ed il pericolo in agguato è lo sfascio socio economico dei paesi. Ma un Pil costantemente in espansione è utopia, e dopo il 2008 ne sappiamo qualcosa. Ed allora come conciliare prosperità economica, con un utilizzo sempre più intenso di materie prime, che al contrario diventano sempre meno accessibili e proporzionalmente sempre più costose? Un numero sempre maggiore di economisti sostiene che esiste un’unica ricetta, che è quella di passare da un sistema economico lineare ad uno circolare, in cui la crescita diventi sostenibile a livello ambientale, attraverso un contenimento dei rifiuti e una gestione oculata delle risorse planetarie.
Qui nasce il concetto di economia circolare, un paradigma in cui la produzione segue un processo virtuoso in cui la ricchezza giunge dalla lavorazione di quello che un tempo era considerato materiale di scarto da smaltire come rifiuto. Infatti, se il nostro sistema lineare di incessante produzione e consumo risucchia beni, risorse e lavoro per lasciare sul campo spazzatura perlopiù non smaltibile, in un’economia circolare i rifiuti non esistono più, ma diventano una materia prima seconda. Quello dei rifiuti è soltanto un esempio del modello che propone l’economia circolare, un sistema in grado di rigenerarsi da sé in maniera organica e senza sprechi, come accade in natura ai sistemi viventi. Non è un’utopia. Centinaia di studi ne sostengono la fattibilità e i governi europei cominciano a vedere l’economia circolare come uno dei temi del futuro, generatore di occupazione, innovazione e crescita, non solo economica.
E a livello europeo non si vive solo di buone intenzioni, ma risale allo scorso maggio la votazione dell’Europarlamento a un pacchetto di provvedimenti sull’economia circolare che prescrivono l’obbligo per gli stati membri di innalzare la quota di rifiuti urbani da riciclare – domestici e commerciali – dal 45% al 55% entro il 2025, quindi al 65% nel 2035. Al momento i rifiuti prodotti annualmente dall’Ue ammontano a 2,5 milioni di tonnellate annue, e per abbassarne il livello l’Europa ha nel mirino strategie che prolunghino il ciclo di vita dei prodotti in generale, e che contrastino l’obsolescenza programmata dei dispositivi elettronici. Gli obiettivi dichiarati della Commissione Europea saranno molteplici. Innanzitutto prevenire i rifiuti: dal 2025 il collocamento in discarica di materiali riciclabili sarà vietato; fare eco progettazione: i prodotti dovranno essere progettati per facilitare la loro riparazione, il loro ammodernamento, la rifabbricazione e il riciclo; favorire lo sharing: in modo che i consumatori possano scegliere il noleggio, il prestito, o la condivisione invece dell’acquisto di beni; dare informazioni sui rischi causati dal climate change agli investitori; uso efficiente delle risorse; infine modifica delle norme contabili per potere contabilizzare il costo effettivo dell’uso delle materie prime vergini ed il ricavo effettivo dell’efficientemente energetico.

Il riuso della materia

Roberto Galeazzi, presidente di Valmau

Uno degli aspetti più interessanti dell’economia circolare, è che stimola la ricerca e l’innovazione allo scopo di rigenerare i materiali dei rifiuti e valorizzare quelli di scarto. E le industrie hanno già cominciato a valutare tutte le potenzialità di un’offerta di materie prime seconde che si arricchisce continuamente. La domanda a questo punto è, per un’azienda il cui core business lo permette, oggi quanto è davvero conveniente lavorare con materiali rigenerati? Lo abbiamo chiesto a Roberto Galeazzi, presidente di Valmau, il Consorzio Valorizzazione Materiali Ancora Utilizzabili. «In termini generali possiamo dire che il risparmio ottenuto utilizzando dei materiali recuperati è del 30% rispetto a un prodotto vergine, diciamo da cava. Naturalmente dipende molto dal settore dell’azienda. I settori dove maggiormente si adotta il riciclo sono quello dei metalli, quello della carta, del vetro e della plastica. C’è da aggiungere che l’economia circolare fa ancora paura ai produttori di materie prime vergini. Questo ha ovviamente una sua logica. La convenienza dell’economia circolare si ha utilizzando tutto il circuito dalla raccolta del materiale usato fino all’utilizzo. Sappiamo però che è un percorso lungo che vede spesso la presenza di elementi al limite se non al di fuori della legalità. Questi concetti li ha spiegati molto bene l’ambientalista Walter Ganapini autore del libro La risorsa Rifiuti che già 40 anni fa spiegava il valore di quanto contenuto nelle nostre pattumiere, novelle miniere domestiche di materie prime. Schematicamente, le voci di spesa per il riciclo comprendono: costo della mano d’opera e costo dell’energia per la trasformazione. Per i materiali vergini le voci di spesa sono: costo di estrazione, di trasformazione, energia, costi di investimento per impiantistiche molto più complesse rispetto a quelle necessarie per riciclare».
A questo punto si è portati a pensare che arriverà presto – se non è già arrivato – il momento in cui lavorare con materie prime non rigenerate, per un’azienda sarà controproducente. «Converrebbe già oggi lavorare con materiali rigenerati – conferma Galeazzi – Infatti già oggi abbiamo ottenuto dei livelli di qualità dei materiali riciclati pari a quello del vergine. Attualmente la formula ideale sarebbe: 30% vergine e 70% rigenerato. Tali percentuali si modificano a secondo dei materiali trattatati». Un mercato, quello delle materie prime seconde, già in espansione. Ma a quanto pare non è ancora possibile considerarlo forte, tanto da ritagliasi velocemente fette di mercato in modo autonomo. E’ ancora un settore che ha bisogno di incentivi: «Confermo. È mia opinione che lo Stato debba incentivare il sistema di raccolta dei materiali a basso costo ed alta efficienza. Lo Stato dovrebbe anche promuovere maggiormente la ricerca e lo sviluppo per ottimizzare ed ampliare l’area dell’economia del riuso e del riciclo».
Interessante anche scoprire se oggi, le nuove tecnologie di creazione dei materiali seguono già criteri di facilitazione per il loro futuro smaltimento o rigenerazione, o puntano comunque solo all’ottimizzazione delle performance d’uso. «Il problema non sta nei materiali, ma in come i materiali devono essere utilizzati – spiega Galeazzi – Bisogna tener presente che il riciclo è favorito se quanto vogliamo riciclare è prodotto con monomateriale o con materiali i più diversi possibili tra di loro. Comunque, tutti i materiali prodotti oggi, tengono in considerazione la compatibilità ambientale e quindi le performance devono sempre avere un occhio alla biocompatibilità e riciclabilità».

La legge non è legge
Nonostante certe criticità croniche portino il problema della raccolta dei rifiuti sempre sotto i riflettori, specie in determinate città e zone d’Italia, il nostro paese si può

Gianluca Telera

considerare tra quelli a più alto tasso di riciclo in Europa e nel mondo. I dati infatti smentiscono ormai svariati luoghi comuni. Secondo recenti studi, il riciclo di materia seconda nell’economia italiana comporta un risparmio potenziale di 21 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e di 58 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Certo molto ancora bisogna fare per raggiungere gli obiettivi fissati, anche per esempio colmare le divergenze regionali. Nell’ultimo rapporto dell’Agi-Censis, dal titolo “Perché all’Italia conviene l’economia circolare” appare una notizia confortante: i dati di indagine registrano livelli di conoscenza e di interesse nelle tematiche di circular economy per i residenti nelle regioni del Sud pari e in alcuni casi superiori alla media nazionale. E forse proprio da un vulnus del passato (si pensi alla gestione passata dei rifiuti della Campania) potrà venire un ulteriore spinta verso un cambiamento di paradigma economico e gestionale in relazione all’economia circolare stessa.
Un sistema virtuoso ha però, innanzitutto, bisogno di essere armonizzato da leggi e norme, anche di carattere fiscale. Per far luce su questo argomento abbiamo interpellato Carlo Manicardi, presidente di Phoresta Onlus, e Gianluca Telera, entrambi componenti di una commissione di studio multidisciplinare sull’economia circolare. Abbiamo chiesto loro innanzitutto una panoramica sulla legislazione fiscale sull’argomento.
«Non esiste al momento una fiscalità davvero conveniente – hanno risposto Manicardi e Telera – ci sono stati diversi tentativi nel passato. Non ultima la notizia, nella legge di bilancio 2018, articolo 1 commi 96-98, di uno strumento di finanza agevolata – il credito d’imposta – per incentivare l’acquisto di prodotti realizzati con materiali derivanti da plastica al fine di incrementare il riciclo delle plastiche miste e degli scarti non pericolosi dei processi di produzione industriale, dei processi di selezione e recupero dei rifiuti solidi urbani.
La notizia è proprio di pochissimi giorni fa: lo stesso ministro dell’Ambiente che lo aveva proposto ha cancellato il fondo, che ammontava a 30 milioni di euro. E’ avvenuto anche di peggio in passato: con la legge 244/2007 si era istituito un fondo di 69 milioni di euro per la riduzione dei rifiuti. La Corte dei Conti aveva diffidato il ministero dell’Ambiente a causa della distrazione di questo fondo per attività che nulla avevano a che vedere con la gestione dei rifiuti.
Ad oggi le attività legate al riciclo scontano una aliquota Iva pari al 22% mentre la gestione dei rifiuti sconta un aliquota pari al 10%. La nostra idea è molto semplice, per rendere più competitivo il mercato dei materiali riciclati basterebbe un netto abbassamento dell’aliquota Iva se non una esenzione. Ad oggi però nulla è stato realizzato e sinceramente l’intera filiera del riciclo ne avrebbe giovato e l’intero mercato legato a quel settore potrebbe avere uno slancio importante da questi provvedimenti. Ovvio che prima bisognerebbe sbloccarlo quel mercato: ad oggi, dopo la sentenza 1229/2018 del Consiglio di Stato, si attendono ancora i criteri di End of Waste – ossia quando un rifiuto smette di essere tale attraverso il recupero (ndr) – autorizzativi da parte del ministero dell’Ambiente per farlo ripartire. Come recitava la recentissima protesta da parte delle imprese del settore del riciclo, in apertura degli Stati Generali della Green Economy alla fiera della green e circular economy Ecomondo: “Senza End of Wast l’economia circolare è una bufala”. Ad oggi soltanto per vetro, metalli, combustibile da rifiuti e fresato d’asfalto sono state decise le regole europee o nazionali che consentono la trasformazione da rifiuto a bene. Le idee ci sono e sono ben concertate anche, sarebbe l’ora di passare ad azioni concrete.»
Un gran fermento e una grande richiesta di trasparenza e investimenti dunque. Rimane tuttavia una materia, soprattutto sotto l’aspetto dello smaltimento dei rifiuti, che può essere ancora visto come un fastidioso aggravio di bilancio per talune industrie. Quali possono dunque essere i vantaggi pratici per uno smaltimento virtuoso degli scarti industriali non pericolosi, per un’azienda oggi?
«I vantaggi pratici sono molto semplici. Se parliamo di smaltimento le norme sono stringenti e le sanzioni molto importanti – illustrano Manicardi e Telera – Il corretto smaltimento dei rifiuti deve essere una prerogativa di tutte le imprese produttrici di rifiuti. Smaltire un rifiuto non significa solo affidare lo stesso ad un’azienda di trasporto o smaltimento. Significa, invece, vigilare sul completo iter di smaltimento, assicurandosi che nell’intera filiera di gestione dei rifiuti tutto sia svolto nel migliore dei modi e che sia rispettata la compliance normativa. Bisognerebbe, in taluni settori produttivi, forse implementare le azioni di responsabilità estesa del produttore per avere una migliore gestione dei rifiuti, in modo da estenderla anche alla fase post-consumer e quindi all’intero ciclo di vita del prodotto: il produttore sarebbe responsabile di conseguenza del ritiro, del riciclo e dello smaltimento finale. Se però un’impresa vuole essere realmente virtuosa deve provare a ridurre i propri rifiuti più che smaltirli. Ricordiamo che la prevenzione è indicata chiaramente nella gerarchia della gestione dei rifiuti come la prima priorità, poi c’è la preparazione per il riutilizzo, poi il riciclo, poi altri recuperi e smaltimento. La virtù sta nel riprogrammare il proprio ciclo produttivo. Se gli scarti di produzione, infatti, soddisfano tutte le condizioni previste dall’art.184-bis del decreto legislativo 152/2006 possono essere gestiti come beni e quindi sottoprodotti, con grandi vantaggi economici e gestionali».

Tutto si trasforma
A questo punto, dopo tutto questo parlare, la domanda che è già spontaneamente sorta è “cosa viene prodotto dagli scarti e dai rifiuti, che bisogna così accuratamente recuperare?”. La risposta potrebbe essere ben più lunga dell’intero giornale, data la quantità di esempi che si potrebbero citare, e talvolta basterebbe anche solo guardarsi attorno: pneumatici ricostruiti per gli autoveicoli, pellet di segatura per il riscaldamento, l’infinito ciclo di vita del vetro… Ma la ricerca e l’inventiva stanno creando le soluzioni più disparate. Sapevate che dagli scarti della produzione del vino e dai residui di sfalci e potature, si producono coloranti per l’arredamento e rivestimenti per la bioedilizia? Sapevate che i vecchi copertoni lisi possono essere triturati per ottenere miscele di polimeri, e realizzare così asfalti modificati molto più sicuri e silenziosi di quelli tradizionali? Conoscete quell’azienda che coltiva funghi utilizzando i fondi del caffè come substrato?
Insomma, la fantasia non manca, le possibilità neppure. Le leggi sono quelle che sono e qualche investimento in più farebbe molto comodo. Però, dopo decenni in cui, soprattutto negli ambienti industriali, l’ideale di produzione nel rispetto dell’ambiente è sempre stato visto come un lussuoso surplus, oggi il lusso è diventata un’economia che si permette ancora di ignorare il risparmio energetico, il controllo delle emissioni, dell’uso dei materiali e della gestione dei rifiuti. Oggi più che mai, fare industria sta diventando – e dovrà diventare sempre di più – sinonimo di rispetto ambientale e, anche chi non ha mai voluto fare i conti con la Terra, dovrà farli col portafoglio.

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