La lingua nel piatto /1

Quanti piatti abbiamo assaggiato nella vita senza sapere da dove prendevano nome? Erano buoni lo stesso, va bene, ma volete mettere poter snocciolare la storia del nome di una ricetta ai propri commensali mentre la si gusta? Tutto un altro sapore. E allora scopriamo l’origine di capolavori gastronomici cui fino a oggi avevamo chiesto solamente di soddisfarci il palato.
Sono tantissime le ricette che prendono il nome dai propri creatori, talvolta inconsapevolmente tramandati all’immortalità per personali capricci del palato diventati poi gusti di massa. È il caso delle due fette di pane con dentro un robusto condimento, globalmente conosciuto come sandwich. Il nome deriva da quello del politico inglese John Montagu, conte di Sandwich, che svolse un’importante attività diplomatica nel Settecento. Ma sarebbe sprofondato nell’anonimato se il suo cuoco non avesse inventato quel panino che gli permetteva di pranzare senza alzarsi dal tavolo da gioco, di cui era un indemoniato adepto negli anni del tramonto.
Conte era anche Camillo Negroni, che negli anni ’20 amava farsi servire a Firenze un drink conosciuto come Americano, che lui però voleva corretto col gin. Oggi il nome di quel conte fiorentino è sulla lista dei cocktail dei bar di tutto il mondo.
C’è però gloria anche per i cuochi più umili. E’ il caso ad esempio di Franz Sacher, sedicenne apprendista pasticciere di corte a Vienna che nel 1832, proprio mentre il capo pasticciere era malato, dovette trovare lo spunto per soddisfare i lustrati palati di un ricevimento che l’Imperatore diede in onore di eminenti diplomatici europei: e nacque la sachertorte.
Se si parla di Carpaccio quanti di voi possono dire di pensare istintivamente a un pittore e non ad piatto di sottili fette di carne macerate in olio e limone (siate onesti)? Eppure l’origine è proprio quella, e muove i suoi passi dall’Harry’s Bar di Venezia, nel 1950, quando per un’esigente e nobile (ci risiamo) cliente, lo chef Cipriani s’inventò questo piatto di carne cruda bagnata di una salsa dai luminosi riflessi gialli che ricordava le tonalità di un pittore cinquecentesco, la cui mostra in quelle settimane aveva nella città lagunare un così grande successo, Vittore Carpaccio per l’appunto.

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