Sonia Maria Luce Possentini

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di Chiara Serri

Materia e memoria, narrazione sensoriale ed empatia con la natura si fondono nell’opera di un’artista di cuore e di polso, curiosa del mondo e partigiana della cultura.

La cover di questo mese è una tavola inedita, realizzata appositamente per Imprenditori. Come hai scelto l’immagine in relazione al tema, il 1913? E da cosa deriva la decisione di usare il colore e non il bianco e nero?
L’immagine è un’allegoria che dà voce al grande balletto russo di Diaghilev, sintesi di tutte le arti. Ho scelto una figura femminile perché, per me, rappresenta la completezza. Nello specifico la sultana Schéhérazade. Tanti fatti importanti succedono nel 1913, ma la grandiosa vitalità del balletto russo credo sia illuminante. Il bianco e il nero… non contengono già tutti i colori? Qui la scelta del colore è voluta, amata e ricercata, a partire dai bozzetti del grande Léon Bakst…

Pittrice, illustratrice, scrittrice… Il tuo lavoro spazia attraverso diversi linguaggi. Che importanza ha, per te, la sperimentazione?
Amo inventare, trovare, entrare, rinvenire, ricercare, scoprire. Mi piace il fare. E se non fossi stata così tenace, così curiosa, forse mi sarei smarrita. La mia vita è una continua ricerca. A partire dalla natura…

La storia di uno storyboard?
Lo storyboard è sostanzialmente una traccia, suddivisa in pagine, come frames cinematografici. Nel caso di un albo illustrato, è fondamentale per comprendere meglio lo spazio, la prospettiva, il senso della storia che si sta disegnando. Un disegno in brutta, da rifare in bella. Lo stesso discorso vale, nel mio caso, per i singoli progetti espositivi. Nella mostra allestita nel 2011 al Mauriziano di Reggio Emilia, ad esempio, ho scelto di dare spazio alle figure femminili de L’Orlando furioso attraverso la realizzazione di opere autonome, accomunate da una melodia di sottofondo.

Gli albi illustrati nascono dall’incontro tra testo ed immagini: come si lavora a quattro mani?
In genere si cammina in una stessa direzione, ma su binari separati. In un albo illustrato gli autori sono due: chi illustra e chi scrive. In Italia accade che ci si dimentichi dell’illustratore, ma questa è un’altra storia… A volte le immagini nascono a partire da un testo, a volte il testo s’ispira alle immagini, altre volte ancora – casi rari e preziosi – si creano legami profondi, come con Janna Carioli per L’alfabeto dei sentimenti (Fatatrac, 2013). Per ogni libro ci sono, poi, l’editore e l’editor che, se hai fortuna, sono speciali, come Stefano Cassanelli ed Elena Baboni. E allora i libri si fanno da soli…

L’alfabeto dei sentimenti, recentemente presentato alla libreria Il giardino segreto di Cattolica, è dedicato alle persone conosciute durante il terremoto in Emilia…
Ho avvertito tra le persone, me compresa, un bisogno primordiale di rivedere il nostro alfabeto, per riappropriarci delle emozioni ed intrecciare nuovi, importanti legami.

Il libro andrà in ristampa, caso più unico che raro per un albo illustrato. E non è la prima volta…
Sì, e siamo tutti grati alle persone che hanno creduto nel progetto e lo hanno sostenuto. A due mesi dalla presentazione al Festival della Letteratura di Mantova, con una tiratura di 2600 copie, ci siamo trovati con magazzini vuoti e librerie ormai sprovviste, per cui si è deciso di andare in ristampa. Davvero un regalo meraviglioso. Lo stesso era accaduto per Il volo di Sara (Fatatrac, 2012), un libro a mio parere coraggioso che tratta il tema della Shoah nel rispetto della verità storica.

Al momento in libreria hai anche Noi, per Bacchilega editore…
È un libro scritto da Elisa Mazzoli, che affronta una tematica forte ma di grande attualità: la diversità fisica e tutte le sue fatiche. Un albo curato sia dal punto di vista grafico che di stampa. Un libro che si fa apprezzare anche solo tenendolo in mano. Come sa fare Filippo, il protagonista, che ci insegna molte cose…

Dopo il successo riscosso con L’alfabeto dei sentimenti, per Fatatrac uscirà anche Una storia randagia. Qualche anticipazione?
Si tratta di una storia scritta da Alfredo Stoppa, una storia di vento, randagia… come me. Mi sento randagia e lo sono. Perché? Non so, credo sia una forma di sopravvivenza dettata dai casi della vita.

Tra i progetti editoriali è in cantiere anche un nuovo albo per Edizioni Corsare…
Esco così mi perdo: un libro divertentissimo, un’opera teatrale, un editore attento, un autore reggiano emergente – Matteo Razzini – che con questo testo ha vinto il Premio Andersen. Un libro che farà ridere, giocare e credere che le cose impossibili, a volte, siano possibili!

In autunno hai esposto a Parma, Rovigo e Ferrara… Appunti di viaggio?
Una mostra presentata da Achille Bonito Oliva a L’Artgallery di Parma, una presentata da Comune di Rovigo, assessorato alla Cultura, Alberto Brigo editore e studio Web Graffiti di Porto Viro nella sala della Gran Guardia di Rovigo, un’altra ancora presentata dalla nuova associazione Rrose Sélavy di Ferrara, su invito di Chiara Sgarbi. Il mio lavoro guarda alla natura e attinge alla memoria. Mi piace allestire mostre dove sento partecipazione, calore e tanta voglia di fare…

Altri progetti?
Ho collaborato con la casa vitivinicola Riunite&Civ per la realizzazione di un piccolo dono d’arte per i loro clienti. E poi proseguirà il tour delle librerie e delle biblioteche italiane per presentare i nuovi albi. A febbraio, una nuova mostra dell’Alfabetiere al museo civico Bellini di Asola, in provincia di Mantova.

Qual è la situazione dell’illustrazione in Italia?
Simile a quella dell’arte, della musica, della poesia e della cultura in genere, ma anche della sanità e del lavoro: è contraddistinta dalla scarsa meritocrazia.
Finché un grande editore potrà decidere cosa sia meglio e cosa sia peggio, solo perché ”si vende bene”, mentre un piccolo editore, indipendente ma coraggioso, sarà destinato a soccombere… Fino a quando faremo copertine edulcorate, così come albi illustrati vendibili o di tendenza, non andremo da nessuna parte. Ma non mi pare vada meglio per le altre discipline. In questo deserto culturale che sta diventando il nostro Paese, ci salva ancora la passione: fare cultura oggi è una missione, una sfida, una storia partigiana.
Una lavagna al posto del muro e una casa con la vista sul mare.

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