Il nuovo ordine economico mondiale (che non c’è)

di Jacopo Della Porta

lehman-brothers-clutch-01

Sono passati cinque anni da quando Lehman Brothers dichiarava bancarotta. Il sistema economico scricchiolava da mesi, ma quello è stato il momento in cui la crisi ha fatto la sua comparsa in modo prepotente, provocando il panico dilagante. Da allora la lunga recessione mondiale, la disoccupazione, la crisi del welfare state europeo, i successi sfolgoranti di alcuni Paesi emergenti, hanno finito per creare una crisi d’identità del capitalismo senza precedenti. Inevitabile dunque che si innescasse un dibattito sui limiti e sulle alternative possibili all’attuale sistema economico.

Una delle prime reazioni è stata quella di rivolgersi a teorie note, persino quelle pescate dal dimenticatoio della storia. E così si è assistito a una sorta di rivalutazione del marxismo, non tanto della sua parte prescrittiva, quella dove il filosofo tedesco indica la strada per una società senza classi, ma quella di denuncia e di analisi delle storture del capitalismo vorace e di rapina, delle condizioni di sfruttamento di tanti lavoratori, dei cicli economici di boom e recessione. Il revival socialista si è spesso limitato alle copertine dei settimanali di mezzo mondo, che hanno fatto gara a mettere Marx in bella mostra.
Le critiche al sistema economico mondiale sono state espresse in modo molto più attuale, già alla fine degli anni ‘90, dal movimento no global, che ha raccolto al suo interno istanze molto eterogenee, come la difesa dell’ambiente, dei paesi più poveri e dei diritti dei lavoratori. Dopo il 2008 si è assistito alla diffusione di movimenti di protesta come Occupy Wall Street, e un po’ ovunque si è chiesto che i governi tornassero ad avere quella capacità di scelta e di indirizzo drammaticamente compressa dai mercati: segno dunque che le istanze del movimento no global non sono andate del tutto disperse, anche se spesso non sono andate oltre la fase della critica senza approdare a nuovi modelli.
Il dibattito che ha preso corpo nel mondo accademico e tra gli economisti non è stato però quello su un’alternativa al capitalismo, ma piuttosto su quale delle sue differenti incarnazioni sia vincente. Kenneth Rogoff, professore di Economia all’Università di Harvard, lo ha scritto in modo molto chiaro nel 2011, in un editoriale tradotto dal Sole 24 Ore. ”Spesso mi viene chiesto se la recente crisi finanziaria globale segna l’inizio della fine del capitalismo moderno. È una strana domanda, perché sembra presumere che vi sia un sostituto valido. In realtà, almeno per ora, le uniche serie alternative al paradigma anglo-americano oggi dominante sono altre forme di capitalismo”.

Dopo il settembre 2008 il capitalismo made in Usa e Gran Bretagna è stato additato come l’origine di tutti i mali, e del resto il contagio è partito da Wall Street ed è stato propagato dalla City di Londra: assieme hanno sfornato tutti quegli arcani ed esotici strumenti finanziari che hanno portato il mondo sull’orlo del baratro. Mentre la superpotenza Usa e l’Europa arrancavano, la Cina proseguiva una marcia apparentemente inarrestabile. I pregi e i punti di forza del gigante asiatico sono pertanto diventati oggetto di discussione molto frequente. È stato questo il modello che si è imposto come potenzialmente alternativo. Un capitalismo di Stato, dove le banche concedono credito alle imprese per ordine del governo, dove sfavillanti infrastrutture vedono la luce ogni giorno e un esercito di nuovi ingegneri si affaccia al mondo del lavoro. Da una parte gli occidentali cicale, spendaccioni ed edonisti, dall’altra le formiche asiatiche, risparmiatori in grado di alimentare una inarrestabile macchina da esportazioni. Una discussione che, nelle fasi iniziali, ha talvolta trascurato le ombre inquietanti di un mondo autoritario e di fatto privo di welfare. Con il peggioramento della crisi gli opinionisti si sono sfidati prendendo le parti di questo o quel modello, e così c’è chi ha voluto prendere ad esempio la caotica India, arretrata rispetto alla Cina sotto molti punti di vista ma dotata di un settore privato più dinamico rispetto a quello dell’ex Celeste Impero. C’è anche chi ha guardato alla capacità di una nazione come Israele di generare start up tecnologiche o alle città-stato come Singapore. In Europa a imporsi come prima della classe è stata la Germania, che, forte delle riforme avviate nei primi anni 2000, ha diminuito la disoccupazione nel mezzo della crisi mondiale e continuato a esportare a ritmo serrato, il tutto grazie alla sua capacità di produrre beni d’alta gamma, per nulla messi in pericolo da quelli a basso costo della Cina, e ad altre lungimiranti politiche in materia di contenimento dei salari e flessibilità dei contratti.

La discussione sui modelli vincenti, influenzata dal ritmo delle statistiche e degli indicatori che vengono sfornati di continuo, è stata spesso estremamente oscillante e soggetta agli umori del momento. Se la crisi si è aperta con il senso d’inadeguatezza degli Stati Uniti, schiacciati dal paragone con i Paesi emergenti, con il passare degli anni i facili ottimismi riguardo il modello asiatico si sono raffreddati e il cupo pessimismo sul modello Usa si è stemperato. Oltreoceano si intuiscono da mesi segnali di ripresa, più solida di quella che si prospetta in Europa. Il 2013 si chiuderà con i paesi di più vecchia industrializzazione in maggiore ripresa e quelli emergenti in rallentamento più marcato. I segnali d’ottimismo in Occidente hanno come conseguenza quella di rendere meno stringente la ricerca di cambiamenti (un atteggiamento sicuramente poco previdente). Se guardiamo all’origine di tutti i mali di questa crisi, gli eccessi della finanza, dal 2008 a oggi non è stato fatto praticamente nulla per porre un freno ai rischi sistemici: lo ha spiegato la giornalista Rana Foroohar in un articolo apparso a settembre sul settimanale Time, dal titolo Il mito della riforma finanziaria. Stando a quello che vediamo oggi, la crisi non sembra aver partorito qualcosa di veramente nuovo, un modello innovativo, ma al più un cambiamento d’accento e di toni, l’ennesima oscillazione tra liberisti e sostenitori del ruolo pubblico nell’economia. Questo non vuole dire che non ci sia chi è convinto che ”un modo diverso è possibile”, ma per ora non lo stiamo ancora vedendo.

0
0

0 Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.