Modern families

Un italiano su cinque vive in nuclei non tradizionali, E se perfino una nota casa di prodotti da forno, nonostante gli scivoloni mediatici sul tema, mostra un piacente mugnaio single nei suoi spot, significa che la società è davvero cambiata. Ma allora, perché il diritto di famiglia continua a non tenerne conto?

di Daniele Paletta

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A una certa età, è inevitabile che, prima o poi, qualcuno ti ponga quella domanda: «Ma allora, quand’è che ti sposi?». L’inquisizione, di solito, arriva accompagnata dall’immarcescibile «Arrivati a quest’età, bisogna fare sul serio». E a chi non vuole sposarsi – o a chi non può, perché la legge non glielo consente – a quel punto non resta altro da fare che reagire in maniera poco diplomatica, o abbassare la testa in un evasivo sorriso.

In Italia, l’idea che la famiglia debba passare per forza attraverso il matrimonio è radicata in profondità tra i luoghi comuni, ma non nei fatti: secondo le ultime indagini Istat, 12 milioni di persone nel nostro Paese vivono in forme familiari non tradizionali. A pesare sul dato non è solo la caduta dello stigma su separazioni e divorzi, ma anche la volontà/necessità di vivere in strutture sociali meno rigide di quella dettata dal matrimonio. C’è un universo oltre all’abito bianco, fatto di single, monogenitori non vedovi, coppie conviventi con o senza figli. Ma non solo: esistono i Lat, i cosiddetti living apart together, adulti che pur avendo un legame sentimentale rimangono a vivere nel nucleo familiare d’origine. E ancora: famiglie ricomposte alle prese con la plurigenitorialità, gruppi che scelgono di vivere in cohousing, convivenze per motivi assistenziali, coppie omosessuali con figli. Davanti a tutto questo qualcuno potrebbe anche parlare di decadenza dei valori: “O tempora, o mores!”, sbraitava del resto Cicerone, e si era ancora nell’avanti Cristo. Di fatto, però, le nuove famiglie esistono. In maniera per certi versi più complicata di altre, ma esistono. “Non basta l’amore per avere una casa a condizioni agevolate: bisogna essere sposati – scrive Ivan Scalfarotto nel suo In nessun paese – Non puoi adottare un bambino. Non puoi avere permessi sul lavoro per assistere il tuo compagno o la tua compagna dopo un’operazione al cuore. Peggio, non puoi nemmeno chiedere come sta, perché se trovi un medico ligio alle regole ti domanda: «Scusi, lei chi è? Si presenti come un familiare». Non puoi ricevere un’eredità. Eccetera eccetera. È lunghissimo l’elenco dei diritti negati perché bisogna essere sposati”. Una ricostruzione lucida e – si badi bene – che riguarda tutte le forme di convivenza, a prescindere dall’orientamento sessuale di chi sceglie di vivere sotto lo stesso tetto. Caso raro dato che, in Italia, il dibattito pubblico sui diritti civili si è concentrato in maniera allarmistica e quasi ossessiva sulle coppie gay, senza sottolineare a dovere che sono anche gli eterosessuali ad avere meno tutele, nel caso decidano – per necessità, per convinzioni, finanche per allergia alle cerimonie – di non sposarsi.

Ma se questa lacuna di diritti e doveri rigarda il 20% della popolazione italiana, come mai il diritto di famiglia non si è ancora adeguato? «Nei confronti della famiglia, Stato e politica hanno un riflesso ideologico così spinto da non riconoscere nemmeno le realtà più banali – afferma Chiara Saraceno, professore ordinario di Sociologia della famiglia all’università di Torino – Per esempio, in un documento dell’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi si diceva, cito quasi testualmente, che il problema della conciliazione tra lavoro e famiglia si sarebbe risolto se le figlie fossero andate a vivere vicino ai genitori per lasciare a loro la prole in caso di bisogno, e per poter dare loro una mano quando sarebbero diventati anziani». Una visione lontana anni luce dall’attualità fatta di desideri di mobilità e di spostamenti forzati – e spesso nemmeno tanto brevi – per raggiungere il luogo di lavoro. «Un esempio del genere testimonia una visione molto tradizionale della famiglia – continua Saraceno – ma è anche un modo per nascondere sotto il tappeto il tema delle politiche sociali».

Ma ignorare le questioni in sospeso, si sa, non è il modo migliore di trovare soluzioni. Anche perché chi si sente meno tutelato VigRX di altri, inevitabilmente, rivendica le proprie ragioni. «Si cita sempre l’articolo 29 della Costituzione, che vuole la famiglia fondata sul matrimonio – argomenta la Saraceno – Ci si dimentica sempre, però, che nella Carta c’è anche l’articolo 30, che parla di equiparazione tra figli legittimi e figli nati al di fuori del matrimonio: non è solo quest’ultimo quindi che forma la famiglia, ma anche la filiazione».

Concedere meno tutele alle nuove forme familiari causa complicazioni infinite, ma anche veri e propri paradossi. In un passaggio di Hello daddy!, il giornalista Claudio Rossi Marcelli racconta il percorso per creare una famiglia col suo compagno: dopo la nascita di due gemelle, figlie biologiche di uno solo dei due e avute attraverso la gestazione per altri, i problemi spuntano al momento di iscrivere le bambine all’asilo. ”Il fatto che io e Manlio non fossimo considerati una coppia (cosa vuoi che siano 14 anni tra fidanzamento, convivenza e reciproca sopportazione) faceva sì che in Italia le nostre figlie avessero un solo genitore legale – racconta nel libro – Ma guardi che io non sono un genitore singolo… «Non ci interessa, per la legge lei lo è e quindi l’asilo nido non lo paga. Non lo può proprio pagare». Non ho insistito”. Riconoscimenti parziali, vuoti legislativi che creano quasi discriminazioni al contrario: ci si deve rassegnare, dunque? «Spesso non bastano nemmeno gli accordi privati a garantire a una coppia tutti i diritti di cui godrebbero in caso di matrimonio – spiega la Saraceno – Anche nelle convivenze il partner non è protetto, se l’altro muore senza aver prima fatto testamento. Il caso di Lucio Dalla è esemplare: cugini lontanissimi hanno più diritti del partner di una vita intera».

In un panorama desolante di carte bollate, qualcosa però – lentamente – cambia. «È passata una legge in cui il convivente può subentrare nel contratto d’affitto, vi sono piccoli riconoscimenti nel diritto assicurativo e penale. Prima o poi bisognerà cambiare qualcosa: le coppie omosessuali sposate all’estero, ad esempio, stanno facendo ricorsi perché il loro matrimonio sia riconosciuto anche in Italia. Ma, insomma, non è proprio bellissimo rivolgersi ai tribunali per cose che in altre parti del mondo avvengono automaticamente: costringere le persone a questo significa avere una concezione molto limitante dei rapporti». A bloccare ogni spinta in avanti sembra restare il Grande Spauracchio: l’apertura alle unioni gay. Una scelta da conservatori, dissero e dicono tuttora alcuni critici: non è un caso che i Pacs in Francia siano passati durante la presidenza Chirac e che nel Regno Unito l’apertura ai matrimoni sia avvenuta col governo Cameron. Eppure, la comunità Lgbt sta marciando decisa per chiedere che sia il singolo a poter decidere se sposarsi o meno. «Negli altri Stati si è passati dal matrimonio agli istituti paralleli alle nozze per le coppie eterosessuali; da qui all’allargamento di questi istituti alle coppie gay, e infine al matrimonio per tutti. Qui in Italia – ricorda la Saraceno – siamo fermi al primo passaggio. Personalmente sono favorevole al matrimonio per tutti, ma deve esserci anche un istituto parallelo sul modello dei Pacs, dove è la coppia a decidere quali obbligazioni reciproche inserire nella regolarizzazione del proprio rapporto».

Restano solo due domande: assisteremo mai un dibattito sull’argomento senza le discussioni isteriche che hanno caratterizzato ad esempio il dibattito sull’inserimento di genitore e altro genitore nella modulistica per i servizi all’infanzia? E se il cambiamento è ineluttabile, quanto tempo ci vorrà? «Più lenti di così si muore – afferma la Saraceno – In Italia il procedimento è stato rallentato dalla vicinanza del Vaticano, ma anche dalla presenza di politici rozzi, che non hanno coscienza del dibattito fuori dal nostro Paese. Ma va anche considerato che il nostro diritto di famiglia è molto stringente, sia nel definire chi vi possa accedere sia nel riconoscere i doveri ad esso collegati: ecco perché estendere tutele è dura, e non è un caso che siano i Paesi con un diritto di famiglia più flessibile a essersi mossi per primi». Eppure, una soluzione va trovata. Queste famiglie non sono il domani, ma l’oggi, e far finta che non esistano non le farà scomparire: continuerà solamente a discriminarle.

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