Miriam Secco

Spesso un artista viene associato a uno specifico linguaggio. Nel tuo caso esistono alcuni nuclei tematici, analizzati attraverso diverse forme espressive, dalla performance al video, senza dimenticare tessitura, scultura e collage. Uno dei materiali ricorrenti è la carta: ondulata nelle opere bidimensionali, stratificata nelle sculture in cartapesta. Quale significato associ a questo supporto? Esiste un rapporto tra la carta e il colore bianco che spesso ritorna nel tuo lavoro?Ho utilizzato spesso cartone e cartapesta per le sculture perché prediligo materiali poveri e di recupero. Mi piace attuare una trasformazione su una materia considerata rifiuto. Nel caso delle maschere in cartapesta c’è un valore aggiunto, che è quello della stratificazione. Foglio dopo foglio la maschera prende forma, e questo mi fa pensare ai segni che si imprimono sui volti, suggerendone le esperienze e i temperamenti. Ho utilizzato il colore bianco come un grande metaforico foglio di carta, entro il quale si è svolta tutta la mia ricerca tra il 2007 e il 2011. Il colore, come i mezzi con i quali mi esprimo, sono elementi simbolici strettamente legati alle azioni performative; sono dei veicoli che mi aiutano a costruire la performance.

Le tue opere sono generalmente legate a motivi personali e autobiografici che, messi a disposizione del pubblico, assumono connotazioni sociali…
Gran parte della mia ricerca si concentra sulle pratiche di ritualizzazione come sistemi per superare ciò che è inaccettabile, come per esempio l’idea della morte. Penso che la mia personale esigenza di trovare maggiore equilibrio mi abbia fortemente spinta in questa direzione.
Nell’opera di copertina il volto del protagonista è nascosto dalla tuta spaziale. In altre opere troviamo maschere in cartapesta o di altri materiali che richiamano le fattezze di un pesce. La maschera ha un valore metaforico?
La maschera è un medium che nella performance mi permette di svolgere un’azione rituale, di eseguire dei gesti sui quali le persone che assistono o che partecipano possano concentrarsi. In qualche modo la maschera mi aiuta ad azzerare la mia personalità in favore di un archetipo. E il pesce è un archetipo estremamente potente per confrontarsi con ciò che è sommerso e sconosciuto: il pesce è legato all’inconscio nella psicanalisi, ma è anche associato al divino in diverse religioni e culture.
Nascondi il volto ma ti esponi in prima persona. Nelle tue performance sei tu, con la tua fisicità, a interagire con il fruitore. Nascondere per rivelare?
Non si tratta di nascondere, ma di cedere. Mi interessano l’azione e l’interazione, il gesto e tutto ciò che ne consegue. Ogni volta che partecipo a un’azione performativa sono in attesa delle conseguenze. Mi viene naturale espormi fisicamente, ma celando il mio volto posso togliere qualcosa di me e perdermi nell’azione.
Nel 2011 hai partecipato alla Biennale di Venezia, Padiglione Accademie, con un video (Parcae, 2011) che evoca il tema del tempo, della tessitura, del divenire.
Il video evoca l’immagine delle tre Parche: la prima tesse una maglia, la seconda misura la lunghezza del filo e lo passa alla terza, che decide quando tagliarlo. Questo lavoro è il risultato di una riflessione attorno al concetto di ineluttabilità della condizione umana e sul rapporto di fatalità e accettazione che con essa avevano gli antichi e che la società contemporanea ha completamente perduto.
Nello stesso anno hai presentato il progetto 11 case a Milano. Com’è nata questa ricerca?
Ho elaborato undici azioni performative riferite agli spazi domestici dove ho abitato dalla mia infanzia fino a oggi. Sono strettamente legate al mio percorso di crescita: abbandonando ogni casa per entrare in un’altra superavo metaforicamente un ostacolo. Però, allo stesso tempo, vivevo una condizione di instabilità. In definitiva questo non era che il punto di partenza per riflettere e lavorare attorno all’idea di casa e alla sua importanza come luogo di auto-identificazione. Inoltre ho scelto di eseguire queste azioni in spazi pubblici, per sperimentare come l’intera città non sia altro se non un non-luogo, un passaggio da un edificio a un altro. In questo tipo di contesto sociale, il valore simbolico dello spazio domestico assume un’importanza sconfinata.
Le tue opere hanno spesso un carattere spiccatamente performativo. Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Esiste un mercato oggi in Italia per lavori di questo tipo?
L’interazione con il pubblico nella performance è fondamentale. La performance avviene con i presenti, con la loro reazione. Non c’è un copione, e perciò l’azione può essere modificata dal pubblico stesso. Esiste un mercato per la documentazione video e fotografica delle performance, questo sì.
A cosa stai lavorando?
Dopo il lavoro sulle 11 case ho scelto di approfondire la ricerca attorno al concetto di casa, così ho organizzato una sorta di azione collettiva che ho chiamato Potlatch, che consisteva nell’aprire la mia casa-studio al pubblico per tre settimane. Era possibile usufruire degli spazi domestici in piena libertà e portare via con sé qualunque oggetto all’interno della casa. Questa azione ha fatto parte di un progetto più ampio al quale sto appunto lavorando ora.
E tu, cosa porteresti via dalla tua casa?
Il mio computer e un bagaglio leggero…


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