Chi paga tutta questa democrazia?

C’è chi vuole eliminarlo del tutto, chi lo vuole controllato, chi diminuito: con i numerosi, recenti scandali il finanziamento pubblico ai partiti è salito prepotentemente alla ribalta della discussione pubblica nel nostro Paese. In questo contesto si sente spesso citare il sistema americano come panacea di tutti i mali, o origine di mali ancora peggiori. Ma cosa avviene di preciso oltreoceano? In linea di principio, i finanziamenti pubblici negli Usa dipendono da quelli privati, che sono a loro volta regolamentati rigidamente. Un meccanismo complesso, che ha offerto recente rappresentazione di sè durante le elezioni presidenziali, per le quali si stima un record storico di spesa: secondo il Centro per la Responsive politics, per la campagna elettorale sono stati spesi complessivamente 6 miliardi di dollari.
Per comprendere il sistema di finanziamento americano occorre innanzitutto introdurre una distinzione fondamentale: quella tra hard money e soft money. è Andrea Gratteri, autore di un saggio sul tema e ricercatore dell’Università di Teramo, a illustrarcela: «La distinzione riguarda le elezioni federali, Presidente e Congresso per intenderci. Per le campagne elettorali il legislatore fissa rigidi limiti e divieti al finanziamento dei candidati da parte dei privati: su questo fronte si parla di hard money. Per soft money si intendono invece i finanziamenti raccolti al di fuori di questo contesto, per esempio da organizzazioni diverse dai partiti che fiancheggiano o sostengono i candidati».
Quest’ultimo è un modo con cui il finanziamento privato aggira i pesanti limiti imposti negli Usa per le donazioni dei singoli ai partiti: per ogni tornata elettorale un individuo non può infatti donare più di 2.500 dollari a un candidato, 10mila dollari a un partito locale o statale e 30.800 dollari a un partito nazionale. Tutto questo per garantire una ingerenza non eccessiva dei donatori privati nel sistema politico. Ma come si collegano con questo meccanismo i finanziamenti pubblici? «Col metodo del matching funds – spiega Gratteri – Lo Stato aggiunge un dollaro a ogni dollaro raccolto privatamente dal candidato, ma in cambio chiede che siano rispettati precisi limiti di spesa ».
In questo modo si controllano i soldi pubblici che affluiscono ai candidati, a differenza di quanto avviene in Italia dove, come ricorda lo stesso Gratteri, «il finanziamento pubblico non è collegato alle spese realmente effettuate, e questo porta agli abusi di cui si sente parlare ormai quotidianamente». Secondo la Corte dei Conti dal 1994 al 2010 sono stati erogati ai partiti italiani oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro, mentre, nello stesso periodo, le spese rendicontate degli stessi sono state soltanto di circa 680 milioni di euro. Tenendo conto del fatto che nel 1993 gli italiani si sono espressi in un referendum per l’abolizione della legge Piccoli, che prevedeva un meccanismo diretto di finanziamento pubblico ai partiti, si comprende bene il generale biasimo (per usare un eufemismo) di fronte a questi numeri. Il Parlamento ha tentato di ovviare al problema, la scorsa primavera, con l’approvazione del ddl Calderisi-Bressa che, oltre a dimezzare il contributo pubblico previsto per i partiti, propone un sistema misto di contribuzione, con il 30% del finanziamento statale collegato in modo proporzionale a quanto i partiti riescono a raccogliere da privati e associazioni (ricordando in questo il matching funds statunitense). Son stati inoltre stabiliti maggiori controlli, l’obbligatorietà della pubblicazione online dei bilanci e multe salate per le irregolarità dei tesorieri.
è il politologo Carlo Galli, docente dell’Università di Bologna, a spiegarci che «la novità principale del ddl, oltre al dimezzamento dei contributi ai partiti, sta nelle disposizioni relative alla trasparenza dei bilanci e dei rimborsi». «I margini di miglioramento esistono – prosegue Galli – Soprattutto, c’è l’esigenza di controlli di enti terzi, come la Corte dei Conti. Ma da una legge sul finanziamento dei partiti non ci si può aspettare la piena soluzione dei problemi legati alla corruzione, che hanno una dimensione etico-politica ben più complessa». Insomma benché un passo avanti ci sia stato, si è ancora lontani dalla soluzione del problema. Anche perché, come ricorda la dottoressa Giovanna Cosenza nel suo blog su Il Fatto Quotidano, “nonostante i finanziamenti pubblici siano stati dimezzati con la legge, l’aumento delle detrazioni fiscali presente nello stesso ddl per i donatori privati ai partiti rende il risparmio per lo Stato meno consistente di quanto effettivamente si lasci intendere ponendo l’accento solo sul dimezzamento”.
In questa odissea è spuntata anche la recente proposta di legge Capaldo, legge di inziativa popolare che prende il nome dal banchiere che l’ha ideata. Con essa i rimborsi pubblici scomparirebbero del tutto, e ogni cittadino potrebbe donare ai partiti fino a 2mila euro, ricevendo in cambio dallo Stato un credito d’imposta del 95%. In questo modo sarebbero gli individui a scegliere di finanziare i partiti, stimolati e garantiti dal fatto di avere un rimborso fiscale quasi totale della somma donata. Una proposta buona secondo il professor Galli, perché «affida la tutela di questo bene (i partiti, ndr) ai cittadini come singole persone, con i loro modesti versamenti; ma al tempo stesso anche allo Stato, poiché la quasi totale detraibilità dei contributi personali ai partiti va a spese della fiscalità generale. Questo meccanismo esprime l’idea che i partiti non sono un lusso che deve esser pagato solo da chi lo vuole e può permetterselo, ma sono una necessità in cui devono essere coinvolti tutti, sia pure in modo differenziato». Galli fa notare anche che certamente si tratta di una proposta che metterebbe in difficoltà i partiti più piccoli («meno abituati all’autofinanziamento»), e sarebbe perciò auspicabile, per la pluralità, un contributo minimo indipendente dallo Stato.
Ma quale potrebbe essere il miglior modello di finanziamento ai partiti per l’Italia? «Un modello in assoluto migliore non c’è – ci dice il professore – Esiste un trend dei Paesi di democrazia occidentale con i quali possiamo confrontarci. Certamente è importante che si metta fine alla sconsiderata campagna qualunquistica contro i partiti e, mentre si puniscono severamente abusi e corruzioni, si affermi con chiarezza che senza partiti non c’è democrazia». Ai moralisti che si scandalizzavano per il costo delle elezioni americane del 2008, l’opinionista del Washington Post George Will ricordava che il totale della spesa prevista di un miliardo di dollari era pari alla metà della cifra spesa dagli americani per acquistare dolci pasquali ogni anno. Memento.
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