Il teatro torna a Ca’

La macchina corre lenta a fianco dell’argine, su una strada troppo piccola per contenerla. Il cielo riflette una luce nera, quella che può avere solo il primo giorno di pioggia dopo mesi di estate torrida. L’asfalto si annoda, schiva per pochi passi una piccola chiesa, poi scompare: intorno, solo campi. Ed è da qui che si entra in quello che sembra il set nascosto di un film di Fellini: in un tendone da circo, apparso nel vuoto animato delle campagne tra Reggio Emilia e Parma, una compagnia teatrale sta provando. Davanti a me, il finale di uno spettacolo di cabaret: gli attori hanno movenze buffe, sul palco ci sono tre musicisti, una bambina distribuisce fiori di carta tra i tavoli. C’è tensione, come si conviene ai giorni che precedono un debutto, ma non me ne accorgo: la bellezza di quello che vedo mi ha trasformato in un bambino al circo, e riesco solo a sorridere felice. Ma che posto è questo?

«Ca’ Luogo D’Arte nasce, prima di tutto, dal voler ridare dignità al nostro lavoro. Sono uscito dal Teatro delle Briciole di Parma – del quale sono stato fondatore, vicepresidente e direttore artistico – dopo un’esperienza quasi trentennale: la linea che si seguiva non mi piaceva più, avevo bisogno di aria. E così, me ne sono andato». È all’inizio degli anni duemila che Maurizio Bercini, regista e scenografo, decide di ripartire: il fienile di una casa di campagna, dal soffitto affrescato come un cielo limpido, si trasforma in sala prove e in piccolo teatro; la stalla diventa laboratorio per costruire scenografie e burattini, luogo dove comporre musiche, progettare costumi e scrivere copioni.

Un teatro che riparte lontano dai teatri, in totale autarchia. Un completo capovolgimento di fronte, dopo aver calcato i palchi delle sale più importanti del mondo. Di quell’ambiente formale ora rimane ben poco: Bercini dirige le prove a torso nudo e jeans strappati, ha modi cordiali, la schiettezza e la precisione dell’artigiano che sembra non avere dubbi sulla bontà della sua scelta di vita. «In un attimo è cambiato tutto – ricorda di quel nuovo inizio – La casa in cui sono venuto a vivere, un’altra figlia, un nuovo modo di rapportarci al teatro… Potevamo permetterci poco, e allora abbiamo deciso di lavorare sul senso, sul popolare, sul rapporto tra la gente e il territorio. La casa è diventata teatro, laboratorio, ripostiglio di cose trovate nelle discariche. Eravamo finalmente privi di scadenze contrattuali con lo Stato, e abbiamo deciso di ricominciare a trovare nuovi modi per comprometterci».

Non sorprende che tutto questo sia potuto nascere proprio qui: questa è la terra del teatro di stalla, dei burattini della famiglia Sarzi. In queste zone, l’arte della narrazione è sempre stata legata alle feste popolari, e Ca’ Luogo D’Arte porta avanti la tradizione. «I nostri spettacoli non sono indicati per una fascia d’età ben definita, come spesso si è costretti a fare nel mondo del teatro per bambini – spiega Marina Allegri – Quello che facciamo parla a tutti, dai più piccoli ai più vecchi. Il teatro dev’essere un rito dove ognuno trova il proprio spazio, e il territorio è fondamentale». La Allegri – insegnante di teatro al liceo Romagnosi di Parma, in una sezione in cui la sua materia é curriculare – è il drammaturgo della compagnia, colei che è incaricata di scrivere gli spettacoli per gli attori.

Ma, nonostante il racconto sia al centro degli spettacoli di Ca’, non è dal suo lavoro che tutto ha inizio: «Si parte dalla discarica – raccontano gli attori – Maurizio parte da un’idea, poi si prova, si improvvisa. Evolve tutto di pari passo». Tutti si devono occupare di tutto: «Non c’è solo un lavoro teorico sulla recitazione: gli attori devono essere consapevoli dell’importanza del racconto, ma anche di quella dell’ambiente – spiega Bercini – Ci sono strutture da creare, montare, smontare. Nei teatri il mondo degli attori e quello dei tecnici è completamente separato, mentre qui – un po’ per necessità, un po’ per coscienza – abbiamo deciso di fare in altro modo». E, magicamente, tutto si ricompone in spettacoli estrosi e sorprendenti, in cui gli animali da cortile diventano testimoni di appassionate storie d’amore, che trasformano la Divina Commedia in un testo da recitare a bordo di un sidecar, dove anche il posto in cui lo spettatore si siede – accucciato in tendoni, seduto nei cortili delle case, al cospetto di locomotive imponenti – è fondamentale.

E’ un modo di fare teatro lontano anni luce da quello dei teatri stabili, dal loro continuo dipendere da sovvenzioni sempre più precarie, da un sistema che costruisce cartelloni e stagioni basandosi su scambi di favori tra compagnie, dai rapporti «infanganti con gli addetti alla cultura e con i politici ai quali non interessiamo perché, si sa, i bambini non votano».

Una «peste culturale», così la definisce la Allegri: «Staccandoti dal sistema, riesci a vedere tutto più chiaramente – spiega – E in momenti come questi, di teatro c’è un gran bisogno. Ma non lo si può più fare come prima: noi stiamo andando nelle case dei cittadini, creiamo spettacoli-contenitore dove dare spazio a compagnie e progetti che non hanno visibilità. Stiamo investendo, mentre i teatri non lo fanno più. è nei tempi di crisi che c’è necessità di farsi leggeri: si deve diventare zattera per superare la tempesta».

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