Davide Bramante

Questo numero è dedicato alla sincronia. Che importanza ha la sincronizzazione degli scatti all’interno del tuo lavoro?
La fotografia è una scienza esatta, come la matematica. Esistono delle linee guida per un corretto utilizzo della fotocamera, tracciate dal grande Ansel Adams alla metà del secolo scorso. Le mie opere, tuttavia, risultano errate dal punto di vista fotografico, ma sempre nello stesso modo. Penso che questa caratteristica, unita alla sincronica sovrapposizione di più immagini, mi sia valsa la nomina di ribelle della fotografia e mi abbia fatto entrare nel mondo della fotografia d’arte.

Come nasce una tua opera? Le tue fotografie sono tutte analogiche, come ti poni in relazione alle nuove tecnologie?
Le mie opere nascono dall’unione di due grandi amori giovanili: la fotografia e il viaggiare. Per me ogni viaggio inizia sempre da casa, dove pianifico tutto, perfino quali luoghi fotografare di giorno e di notte. Oggi gli artisti si servono, oltre che dei propri mezzi creativi, anche di tutto ciò che la tecnica e l’informatica mettono loro a disposizione, come Google Maps e i moderni Gps. Pur rimanendo ancorato alla fotografia classica, non disprezzo né chi usa il digitale né chi usa le Lomo: quel che conta è saper raccontare e dare emozioni. La differenza che passa tra un fotografo e un artista consiste nel fatto che, se il primo registra la realtà, il secondo ne crea una completamente nuova.

Com’è la vita di un fotografo?
Spesso si pensa che un pittore passi tutta la vita in studio, o che un fotografo stia sempre con la fotocamera in mano, pronto a cogliere l’attimo. Niente di più sbagliato. Spesso il pittore sta più tempo davanti al computer o affacciato alla finestra che sulla tela, così come io passo più tempo a meditare, oziare o guardare gli uccelli volare, di quanto usi la fotocamera.
Anzi, sono davvero pochi quelli che mi hanno visto con una macchina in mano. Ciò che voglio dire è che non riesco a lavorare se prima non mi sento appagato come uomo, anche se capita che alcune fotografie nascano dalla rabbia, dallo scatto o dal colpo di reni. Ho vissuto una vita a due velocità abbastanza contrastanti, questi sono gli anni in cui quando faccio una cosa, cerco di farla al meglio con il minimo sforzo. Sono gli anni della riflessione e della maturità.

Progetti in cantiere?
In questo momento sto preparando le opere per due mostre importanti: la prima, curata da Marco Meneguzzo, si terrà dal 28 giugno al 29 settembre ad Agrigento, presso le Fabbriche Chiaramontane; la seconda, curata da Angelo Capasso, sarà inaugurata il 16 settembre al Museo Pan di Napoli. Come sempre parteciperò alle principali fiere di settore e il prossimo dicembre esporrò a Miami, ma per il momento non posso rivelare altro…

Per la prima volta, nella mostra di Napoli, ti cimenterai con la piccola dimensione. Come hai maturato questa scelta?
Al Museo Pan porterò opere di piccolo formato, perché penso che sia ormai finita l’era in cui vince chi la spara più grossa. Oggi credo che sia necessario avvicinarsi all’immagine e guardare i dettagli, per ripartire dalle piccole cose e magari dalle periferie.

Sia ad Agrigento che a Napoli esporrai alcuni inediti, tratti dalla serie Pentagono. L’origine di questa ricerca?
La serie Pentagono nasce da una regressione al passato, unendo le emozioni dell’infanzia al sentire adulto. Era un caldo pomeriggio primaverile del 1983, avevo dodici anni ed ascoltavo Radio Rai. Si parlava di esoterismo e di forme magiche, come il pentagono, in grado di proteggere dalle avversità. Frasi pesanti, che si abbattevano come una scure sulla testa di un bambino, spaventato perché non aveva a portata di mano alcun oggetto pentagonale. Per fortuna c’erano le matite, così iniziai a disegnare pentagoni sulle pareti di casa, dei nonni e degli zii, ma in gran segreto, perché in Sicilia vige la legge dello sfottò e non volevo farmi segnare a vita come un fifone. Dall’enfatizzazione del dramma preadolescenziale nasce questa serie, costituita da pannelli fotografici di 50 x 50 cm, con uno specchio pentagonale incastonato.

Dopo tante esperienze in Italia e all’estero, hai scelto di esporre in Sicilia. Che significato associ a questo ritorno?
Sono passati quasi dodici anni da quando sono tornato a vivere in Sicilia. Da allora, ho tenuto solo una mostra personale a Palermo, ai Cantieri Culturali della Zisa, poi per scelta non ho più fatto nulla, solo qualche collettiva più o meno insignificante: quegli inviti ai quali non puoi dire di no, perché chi ti ha invitato se la lega al dito, oppure pensa che te la tiri (ride, ndr). Ora è giunto il momento di recuperare il tempo perduto, anche se nel mio caso penso sia stato piuttosto investito bene, perché ne stanno arrivando i frutti, come la mostra presso le Fabbriche Chiaramontane: sessanta opere realizzate negli ultimi dodici anni, cioè nel periodo in cui ho vissuto in Sicilia e lavorato in giro per il mondo.

Quali autori hanno accompagnato il tuo percorso?
Gli autori sono tanti, ma non ho dei veri e propri miti. Mi piace spaziare tra diversi generi e discipline. Mi nutro di tutto, dal cinema di Wong Kar Vai ai classici della letteratura, come il Pirandello di Uno, nessuno e centomila, ma guardo anche alla natura e alla cima dell’Etna, innevata in un caldo mare di maggio. E poi, ci sono Rosy ed Annalisa, le autrici dei miei due figli, Leandro e Mirea, due infiniti mondi tutti da esplorare.

E quando non fotografi?
Quando sono in borghese? Vivo sapendo che siamo solo di passaggio, senza affannarmi a cercare lontano tutte le cose belle che stanno ad un palmo dal naso.

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