Questa crisi ha un nome

Maurizio Anselmi è turbato quando lo raggiungiamo telefonicamente. E’ il referente per l’Emilia Romagna di Imprese Che Resistono (ICR) e lo contattiamo per sapere qualcosa di più sul movimento. Lui inizia a raccontarci che è nato nel 2009 su iniziativa dell’imprenditore piemontese Luca Peotta («una macchina da guerra, lo ringrazierò sempre», dice) per difendere la forza lavoro, intesa come occupazione e impresa, ma dopo poco si ferma e confessa: «Mi scusi. Sono turbato. Pochi giorni fa un amico e collega di Roma si è tolto la vita, lo avrà certamente letto…». Il 3 aprile scorso, Mario Frasacco, 59 anni, imprenditore edile di Roma, si è sparato con un fucile nel suo appartamento. In una lettera, assieme alle scuse, l’esplicito riferimento alla situazione di crisi della sua azienda. Con ammirazione, Anselmi ci racconta del gesto della figlia di Frasacco: «Dopo pochi giorni, in TV, ha detto al parterre di politici presenti in studio quello che si meritano: “Siete degli ignavi”».

Da qui in poi è un fiume in piena. Innanzitutto dobbiamo imparare a dirci come stanno le cose senza giri di parole: «Non si può parlare semplicemente di crisi: di solito io parlo di genocidio economico e di cinesizzazione del mondo. Non mi fraintenda: non voglio mancare di rispetto a chi ha vissuto una tragedia del genere e nemmeno ho pregiudizi di tipo razzista. Voglio solo dire che la globalizzazione così come si è realizzata, senza regole, è un eccesso e sta distruggendo il nostro tessuto economico». Anselmi aggiunge dei numeri: «In India ci sono 1 miliardo e 500 milioni di abitanti: 1 miliardo è nuova forza lavoro e 500 milioni sono nuovi potenziali consumatori. Hanno bisogno di noi? In Vietnam, Indonesia e Cina 1 operaio costa 100 dollari al mese: in Italia costa 2000 euro al mese. Come possiamo competere?».

Ma non è il cosiddetto nanismo che impedisce alle nostre imprese di competere sul mercato internazionale? «Nanismo!? Guardi: fare rete, ricerca, innovazione, esportare è fondamentale. Noi come ICR abbiamo il network Aderenti in rete, una community meritocratica di scambio di opportunità tra imprenditori: ogni giorno condividiamo esperienze, competenze, conoscenze. Ma la causa profonda di questa situazione non la tocca nessuno: lo sfruttamento del lavoro purtroppo fa comodo a molti».

Di chi è la responsabilità? «Della politica – non indugia, Anselmi – Della classe dirigente che, a partire dalla riunione WTO del 1999, non ha fatto nulla per salvare i nostri distretti. Non si tratta di un problema solo italiano: è il futuro dell’Europa che è stato svenduto, perlomeno. Mario Monti, assieme agli altri premier europei e alla BCE, sta portando avanti un disegno per salvare gli Stati, ma in questo modo si rischia di distruggere i popoli».

I problemi per le Pmi del nostro Paese si chiamano anche burocrazia, corruzione, assenza di politica industriale. Quindi: che fare? ICR ha una serie di proposte concrete che, commenta Anselmi, «i politici ascoltano per poi non fare niente».

Anche per questo l’esigenza di auto-organizzarsi. «Sono soddisfatto del percorso di condivisione di questi anni: ci siamo scambiati esperienze, competenze, opportunità, conoscenze. Certo questo ha significato anche ritorni economici immediati per alcuni di noi, ma non solo. Le faccio due esempi. Tempo fa sul nostro blog, un collega scrisse un post disperato. Io risposi offrendo la mia comprensione e il mio numero di telefono. Dopo una lunga conversazione, lui scrisse nuovamente sul blog che l’assicurazione sulla vita l’avrebbe tenuta nel cassetto ancora per un bel po’. Più di recente, grazie alla condivisione con una collega che sta combattendo legalmente contro una banca per i suoi tassi da usura, ho fatto una cosa che altrimenti non avrei nemmeno immaginato di poter fare: alla fine dell’ennesimo pistolotto sulla situazione della mia liquidità, ho chiesto al mio Direttore di banca di poter vedere i bilanci del suo Istituto perché so che non naviga in buone acque e potrei decidere di non essere più cliente. Non mi ha più chiesto nulla».

Nonostante tutto, è raro trovare un imprenditore che apertamente manifesti la difficoltà, la preoccupazione e, all’estremo, la disperazione… «Immagine, orgoglio e cose del genere non hanno mai fatto parte del mio modo d’essere e, credo, anche di molti altri piccoli. La mia poi non è disperazione, ma profonda amarezza. Vedere chi siede nelle stanza dei bottoni mi disgusta e mi rattrista perché non tiene minimamente conto del valore delle persone e del significato della Vita. E’ lecito fare affari ma, per quanto mi riguarda, mai sulla pelle delle persone nè sul futuro dei giovani di tutto il mondo».

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