Non c’è uomo senza spine

“La forza del gruppo è di gran lunga superiore alla somma di quella dei singoli componenti”. Una massima da senso comune, questa, che ha dimostrato la sua fondatezza nei campi più disparati: dall’imprenditoria, agli sport di squadra, fino naturalmente alle relazioni interpersonali. La stessa filosofia è applicata dal Ceis al recupero dei tossicodipendenti. Ce lo racconta don Giuseppe Dossetti, che dal 1982 dirige l’attività reggiana del Centro Italiano di Solidarietà. «Il tossicodipendente non è un marziano, ma un uomo – spiega Dossetti – e in quanto tale ha il diritto e la possibilità di recuperare la dignità di una vita intesa come progetto, crescita, incontro con altri uomini». Secondo questo modello, il tossicodipendente non deve essere isolato, ma aiutato a stringere nuovamente i legami che, per colpa della droga, generalmente perde. “Il progetto – si legge nella relazione annuale di presentazione del Ceis – è legato alla convinzione che vede nella dipendenza da sostanze un sintomo dei mali esistenziali, sociali e psicologici, che necessitano di trattamento relativo a differenti sfere dell’esistenza”. Vale a dire: solo esplorare la storia di un individuo può aiutarlo a uscire dal pantano, e per fare questo è necessario che, intorno a lui, ci siano altre persone pronte ad ascoltarlo e a sostenerlo.

«Fu don Mario Picchi, a Roma, il primo a vedere nella famiglia e nei gruppi una risorsa per il recupero dei tossicodipendenti – racconta Dossetti – Prima, esistevano solamente comunità che estraevano il ragazzo dal suo contesto e colpevolizzavano le famiglie».
Gli oltre 40 centri Ceis in tutta Italia sembrerebbero dare ragione alla visione di don Picchi. Quello di Reggio, come detto, nasce nel 1982. «Il vescovo aveva scelto Franco Marchi per dirigerlo – continua Dossetti – Marchi era un ex prete poi tornato allo stato laicale, e aveva esperienze nel campo della pedagogia. Purtroppo si ammalò gravemente proprio mentre stava iniziando a predisporre il centro, e così il vescovo chiamò me a sostituirlo: “Sei libero di scegliere”, mi disse, “ma sappi che il tuo nome è l’ultimo della mia lista”. E così, accettai».
Da quasi trent’anni Dossetti si occupa di tossicodipendenze, ma ammette di aver iniziato di malavoglia: «Ero riottoso all’idea, non avrei mai voluto farlo – racconta – Nella mia parrocchia, anni prima, avevo ospitato un tossico, e con lui avevo fatto tutti gli errori possibili. Ero convinto che sarebbe bastata la bontà per aiutarlo, e ovviamente non era così. Pensavo fossero tutte persone irrecuperabili, ero pieno di pregiudizi e di paure. Ma poi ho iniziato a credere che questa esperienza non fosse fuori dalla mia portata, e ora posso dire che sia andata bene».

Negli occhi di Dossetti c’è una particolare freddezza amorevole, come quella di chi è abituato ad avere situazioni terribili davanti agli occhi ma, nonostante questo, è profondamente convinto di quello che fa. E’ rapido, quasi clinico, nel raccontare le diverse fasi in cui si articola la permanenza dei tossicodipendenti nel centro. «Tutto inizia con un colloquio – spiega – In media, solo uno su dieci si presenta spontaneamente. Ogni mercoledì sera c’è un incontro aperto a tutti, dove si può partecipare anche solo per informarsi. Qui si iniziano ad aiutare anche le famiglie, che spesso si presentano molto disorientate e con un forte senso di colpa sulle spalle: per loro sono previsti gruppi di auto-aiuto e di decisione, ai quali partecipa chi è motivato a cambiare la propria situazione familiare compromessa dalla presenza della droga».
Quando il tossico decide di intraprendere il percorso, inizia una fase di osservazione e diagnosi, in cui affronta anche l’astinenza dalle sostanze. «In seguito – continua Dossetti – si passa al periodo di accoglienza residenziale, che conduce a quello di comunità terapeutica». E’ questo il passaggio cruciale di tutto il percorso: qui si lavora sui propri problemi, e la persona è portata a conoscere le cause che lo hanno portato alla dipendenza, imparando a gestirle.

E’ un lavoro lungo, spesso doloroso, in cui il gruppo svolge un ruolo fondamentale: «Il concetto – spiega Dossetti – è quello dell’auto-mutuo-aiuto: il gruppo ti aiuta ad aiutarti, e ad esplorare quelle che noi chiamiamo le spine esistenziali della persona».
Terminato il periodo di accoglienza, l’ultimo passaggio è quello del reinserimento, in cui ci si riaffaccia alla vita ordinaria e alle sue problematiche, comprese quelle del mondo del lavoro. Anche in questo caso, il gruppo torna a giocare una parte importante: «Quest’ultima fase può essere difficile, o fare paura – spiega Dossetti – Ecco perché abbiamo creato anche il Gruppo dipendenti anonimi, che offre sostegno alle persone arrivate alla fine del loro percorso».

Dalla loro posizione di osservatori in prima linea, al Ceis si sono resi conto ben presto di come sia cambiato il profilo del tossicodipendente negli ultimi anni. Il consumo di cocaina, in particolare, è aumentato a dismisura, e spesso non sembra nemmeno stigmatizzato più di tanto. «Il ventenne che si fa di coca lo fa più per la voglia di superare tutti i limiti – spiega Dossetti – mentre per il 35enne c’è anche la dimensione della competizione, collegata alla voglia di migliorare le proprie prestazioni in tutti i campi. Ma la cocaina è una droga subdola, ha un periodo di latenza molto lungo. All’inizio fa funzionare davvero meglio chi la assume, ma poi presenta tutti i conti, sia dal punto di vista finanziario che relazionale: si diventa incapaci di controllare l’emotività, ci sono danni psichici».

Sono tante le testimonianze, che raccontano la stessa inesorabile e drammatica parabola discendente, che si possono leggere direttamente sul portale Drogaonline.it, un sito di consulenza gestito dal Ceis a cui si rivolgono circa 2000 persone l’anno, in cerca di aiuto. La cocaina è diventata un allarme sociale, ma per Dossetti il punto è un altro: «La sostanza di per sé non è il problema – spiega – Se vengo ricoverato in ospedale, potrebbero somministrarmi della morfina, senza che per questo io diventi un tossico. Il vero problema è il significato che il consumatore dà alla sostanza, sia questa hashish, o eroina, o alcol. E inoltre, non bisogna dimenticare che la dimensione del gruppo è centrale anche nello sviluppo della dipendenza».

All’interno del Ceis, però, i gruppi hanno ben altro scopo: «In tutta la struttura c’è una rete di relazioni molto forte – conclude Dossetti – Ecco perché molto del nostro lavoro si appoggia al volontariato: in tanti vogliono dare il proprio contributo a un progetto di cui si sentono parte». Gli ambiti d’azione, però, non riguardano più solo il trattamento delle tossicodipendenze: il Centro di Solidarietà ha programmi per l’aiuto agli immigrati e a donne in difficoltà, una scuola di italiano per stranieri e servizi di orientamento professionale. Tutto gestito con la stessa filosofia, elementare ma efficace: «da soli, si perde».

foto di Massimo Dallaglio

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