Davide Tranchina

Nato a Bologna nel 1972, Davide Tranchina vive e lavora tra l’Emilia Romagna e la Lombardia, dove è docente di Fotografia presso le Accademie di Brera e di Bergamo. Avviata la sua ricerca artistica nel 1998, realizza nel 2000 la serie Lettere anonime, in cui ricorre all’uso della polaroid, mentre nel 2002 inizia Through the globe, un viaggio immaginario tra i paesaggi che si trovano nelle sfere di vetro souvenir. Nel 2003 espone in una bi-personale allo Spazio Aperto della Galleria D’Arte Moderna di Bologna, nel 2005 viene invitato alla collettiva Italian camera, nell’Isola di San Severo a Venezia, e nel 2009 realizza la personale Big Bang presso la Galleria Nicoletta Rusconi di Milano, in cui descrive mondi lontani evocati trasfigurando oggetti d’uso quotidiano. Nello stesso anno le sue immagini vengono inserite in importanti pubblicazioni sulla fotografia italiana e internazionale: Future Images, a cura di M. Cresci (Il Sole 24 Ore Cultura), e Laboratorio Italia. La fotografia nell’arte contemporanea, a cura di M. Paderni (Johan & Levi Editore). Tra i finalisti del Premio Agenore Fabbri (2009/2010), è uno dei vincitori del Premio Terna 2010, anno in cui partecipa anche al festival della Fotografia Europea (Re) e alla mostra City Limits: close your eyes and dream, curata da Luca Panaro in occasione dell’Expo 2010 di Shanghai.

Secondo Italo Calvino, la figura mitologica della Gòrgone (Medusa), con il suo sguardo pietrificante, rappresenta la pesantezza, in grado di opprimere l’estro creativo dell’artista…
L’artista è come Perseo, a patto che riesca a sopravvivere allo sguardo pietrificante del reale, elaborando strategie sempre nuove di rappresentazione.

Nella società di oggi, con la parola leggerezza si intende anche il disimpegno. La cultura anni ’80 ha un po’ inquinato questo termine. Per te cosa significa?
Per me leggerezza significa stabilire un punto di vista nuovo e imprevisto sulle cose: è quello spostamento che genera interesse, una delle armi contro la retorica, che nei casi migliori diventa un pensiero rivoluzionario per vivere meglio.

C’è un verso, una canzone o un’opera d’arte che esprime al meglio questo concetto?
Mi viene in mente Stranizza d’amuri di Franco Battiato, un pezzo in cui il cantautore siciliano racconta la condizione d’incanto che si vive quando ci si innamora, nonostante un difficile contesto sociale. Nell’ambito visivo, invece, una delle opere più interessanti sul tema è 3 Ster mit Ausblick di Michael Sailstorfer, che documenta fotograficamente il processo effimero per cui la materia si trasforma in qualcosa di altro.

Sei docente di Fotografia all’Accademia di Brera e a quella di Bergamo: è possibile insegnare l’arte oppure è solo possibile divulgarla?
Se per insegnare arte intendiamo trasmettere un talento, credo che non sia possibile. Ciò che si può fare invece è aiutare lo studente a comprendere, attraverso una serie di stimoli culturali, quale sia la sua naturale predisposizione.

Chi sono i tuoi modelli artistici di riferimento?
Sono un autodidatta che nutre un’istintiva repulsione verso i percorsi precostituiti. Il mio interesse è multidisciplinare e non si limita alla fotografia, è questa una delle principali caratteristiche del mio approccio artistico. Avverto la suggestione per l’arte rupestre e per la pittura vascolare greca o romana, le visioni di Goya e Friedrich e la fotografia degli albori. Mentre per autori a noi più vicini, sono attratto dalla leggerezza irriverente di Duchamp, dalle scatole magiche di Joseph Cornell, da Alighiero Boetti, con le sue Serie di merli disposti a intervalli regolari lungo gli spalti di una muraglia, oppure dalle “delocazioni” di Claudio Parmiggiani. Dal punto di vista cinematografico, segnalo Alice nella città e Nel corso del tempo di Wim Wenders, mentre per la fotografia farei i nomi di Hiroshi Sugimoto, Vik Muniz e Thomas Demand.

Sei salito alla ribalta con la serie fotografica Safari metropolitano (1998). Cosa ti attrae del contesto urbano e cosa invece ti spinge a rappresentare universi altri?
In Safari metropolitano si coniugano alcuni aspetti della mia poetica che poi ho sviluppato in seguito. Si tratta di un finto reportage in cui ho fotografato dall’interno dell’automobile le immagini degli animali che popolano l’ambiente urbano; è il racconto di una città che esiste solo sul piano visivo, un meta-luogo fatto di manifesti e simulacri che cambiano in continuazione e ridefiniscono ogni volta lo spazio. Anche quando mi sono servito della fotografia per immortalare scorci di reale, la mia intenzione è sempre stata quella di delineare un ambito mentale.

Fotografia è anche reportage. Che rapporto hai con questo genere?
Sono molto interessato al reportage, anche se è un approccio antitetico rispetto al mio. Autori come i sudafricani Pieter Hugo o Mikhael Subotzki, o l’estone Alexander Gronsky, penso siano in grado di raccontare la realtà che hanno davanti all’obbiettivo con uno sguardo davvero sorprendente.

Costellazioni, orizzonti perduti, velieri sotto vetro… cosa lega i soggetti da te prescelti?
La scelta dei soggetti nasce dalla necessità di crearmi un orizzonte altro. La realtà che mi circonda non mi corrisponde, così descrivo porzioni di un mondo metafisico; lo faccio trasfigurando oggetti d’uso quotidiano con strumenti di rappresentazione ottica come fotografia e video, in modo da rendere più credibili universi lontani nello spazio e nel tempo.

Fotografia e installazioni si dividono in questo momento il primato tra le forme artistiche contemporanee in maggiore ascesa. Come lo spieghi?
Credo che la fotografia e l’installazione siano dei linguaggi fortemente connessi alla realtà, la prima in senso illusorio e l’altra in senso fisico. Entrambe nella contemporaneità si pongono come testimonianze di un mondo surreale che le persone sentono il bisogno di percepire come vero.

Con quale regista italiano ti piacerebbe lavorare?
Emanuele Crialese: ha uno sguardo onirico molto interessante.

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