In ricchezza e in povertà. Finchè dura

Secondo uno studio dell’Ocse pubblicato a maggio scorso, l’Italia detiene un primato: tra i paesi europei è al primo posto per divario tra poveri e ricchi. Guardando oltre l’Europa, il nostro paese si colloca al quinto posto, tra i 17 paesi Ocse ad aver registrato un ampliamento del divario dei redditi tra il 1985 e il 2008, dopo Messico, Stati Uniti, Israele e Regno Unito.

Ma è sempre stato così? Una ricerca pubblicata di recente nel volume In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità ad oggi, che ripercorre la storia del progresso economico in Italia nei suoi primi 150 anni, mette in luce aspetti interessanti, guardando al modo in cui benefici di questo progresso economico si sono distribuiti tra la popolazione. “Quello che è emerso – ci spiega Giovanni Vecchi, Professore di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma, curatore della ricerca – è che l’Italia fino a un certo punto è stata molto virtuosa: non solo perché ha visto una grande e costante crescita economica, vedendo aumentare il PIL pro capite di ben tredici volte dal 1861, ma anche perché questa crescita è stata una crescita equa. Per 130 anni l’Italia è cresciuta ininterrottamente riducendo le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi. Questa tendenza è proseguita fino al 1991-1992, dopodiché si è interrotta. Dal 1992 l’Italia non riesce più a crescere come prima e contemporaneamente sono aumentate le disuguaglianze.” Le differenze nella distribuzione dei redditi vengono misurate con l’indice di Gini, che quando tende a 0 indica una distribuzione del reddito più equa, mentre quando tende a 100 rivela situazioni di maggiore disuguaglianza. “Quello che noi osserviamo – continua il Professor Vecchi – è che, mentre fino agli anni ’80 l’indice per l’Italia era attorno al 30%, oggi è al 35%; il che indica un aumento significativo della disuguaglianza. Quello che aumenta fortemente è la quota di reddito delle parti più ricche della società, che dunque diventano sempre più ricche. Se l’1% dei più ricchi deteneva il 4% del reddito totale negli anni ’90, oggi questo 1% più ricco detiene il 6-7%”. A questo aumento corrisponde una diminuzione del reddito detenuto dalle fasce più povere della popolazione, che si starebbero impoverendo sempre più. “Oggi il 20% più povero della popolazione detiene il 6% del reddito totale – conclude il Professore -. Ci troviamo quindi davanti ad una novità storica, di cui tuttavia ancora non percepiamo completamente le cause: una crescita che non decolla, da una parte e, dall’altra, un aumento della disuguaglianza. Il che significa povertà imminente.”

A confermare l’aggravamento delle condizioni di povertà sono i più recenti dati pubblicati dall’Istat. Il 2010 ha visto, infatti, un aumento delle percentuali di povertà relativa: 8 milioni e 272mila persone (il 13,8% dell’intera popolazione), contro i 7.810.000 stimati nel 2009, corrispondenti al 13,1% della popolazione. E gli effetti negativi dell’aumento delle diseguaglianze nella distribuzione di redditi e ricchezza, si fanno sentire sempre di più anche su quelle fasce di popolazione che nei dati ufficiali non vengono classificate come povere.
A questo proposito Gianmarco Marzocchini, Direttore della Caritas diocesana di Reggio Emilia e Guastalla e Delegato Regionale della Caritas per l’Emilia Romagna, osserva: “Una considerazione preoccupante viene dal confronto con gli anni precedenti: la fascia di famiglie in povertà non cala da almeno 10 anni e si allarga la fetta di famiglie che sono appena al di sopra della linea di povertà. Ciò significa una potenzialità di aumento quantitativo che spesso è dovuto solamente a una spesa imprevista seppur necessaria, come una spesa medica o un imprevisto in famiglia”. Aumenta quindi il numero delle persone vulnerabili, ovvero, di coloro che pur non essendo poveri oggi, hanno comunque un’alta probabilità di diventarlo nell’immediato futuro.

Ma chi sono questi poveri? “Le persone che si rivolgono ai Centri di Ascolto e ai servizi delle Caritas sono ancora, per la maggioranza, persone straniere e, tra queste, molte sono irregolari – prosegue Marzocchini -. Più in generale, gli italiani rispetto agli stranieri sono in aumento negli ultimi anni e le richieste numericamente più consistenti riguardano sicuramente aiuti per le difficoltà economiche, problemi di occupazione e lavoro, problematiche abitative, sostegno e orientamento per problemi legati all’immigrazione, problemi legati all’istruzione e problemi di salute”. Ma Marzocchini ci fa anche notare che “per l’esperienza che abbiamo presso le Caritas, il povero non è certamente solo quello definito dai criteri statistici”. E spiega: “Ci sono tante persone che non sono ritenute povere dall’Istat ma che si presentano ai nostri sportelli per mancanza di relazioni, per disagi psichici, per mancanza di rete parentale, perché anziane e sole, perché in difficoltà nelle relazioni coniugali”.
Emerge così una definizione di povertà che rimanda al più complesso concetto di benessere, una categoria che oltre ai valori monetari, considera elementi come la qualità delle relazioni sociali, dell’ambiente e la salute.
Bisogna anche dire che guardando in particolare all’Emilia Romagna, i dati Istat sono meno allarmanti rispetto a quelli nazionali: “Nel 2009 – afferma il direttore della Caritas Diocesana – le famiglie che si trovavano in condizioni di povertà relativa erano stimate in 73mila e 310 su un totale di circa 1 milione e 880mila famiglie residenti sul territorio regionale, per un’incidenza pari al 4,1%, contro un 10,8% registrato in Italia”. E un andamento positivo caratterizza la nostra regione anche per quanto riguarda le differenze nella distribuzione del reddito, come ci conferma Giovanni Vecchi: “La nostra ricerca fornisce dati interessanti anche a livello regionale. Tra tutte le regioni, la più virtuosa probabilmente è stata l’Emilia Romagna. Se nel 1948, infatti, la regione era relativamente ricca ma anche estremamente diseguale (indice Gini al 40%), nel 2008 si attesta come una delle regioni più ricche e quella che ha registrato la maggior diminuzione di disuguaglianza su scala nazionale (25%). Così non è stato, ad esempio, nel Friuli o nella Lombardia”.

E il futuro? Per casi virtuosi e non, sul benessere e in particolare sul reddito non è possibile fare previsioni.
Non possiamo sapere cosa ci attende nei prossimi anni, ma ciò che sappiamo è che se la tendenza che vede aumentare le differenze nella distribuzione della ricchezza proseguisse, ci troveremmo a dover fare i conti con una situazione di diffusa, trasversale e incombente povertà.
“Il grande messaggio della nostra ricerca è questo – conclude Giovanni Vecchi -: che gli elevatissimi standard di ricchezza raggiunti dall’Italia non devono essere dati per scontati. Facciamo bene a festeggiare i 150 anni dell’Unità perché in questi anni il nostro paese è stato un grande esempio di crescita virtuosa. Ma il fatto di aver assistito a questa crescita straordinaria non significa che continueremo ad assistervi per forza anche in futuro”.

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