Scalare una marcia

Take your time: un inglese su quattro salta la pausa pranzo. Pare che sia la paura di perdere il lavoro. Ma se le calorie calano, aumenta lo stress...

di Caterina Tonon

Sono tra noi. Abitano nei nostri quartieri, ci siedono accanto noi sui mezzi pubblici, fanno la spesa nei negozi che frequentiamo. Come noi, hanno una famiglia e l’abbonamento in palestra. Ci somigliano in tutto, e ognuno di noi corre il rischio di ritrovarsi nei loro panni. Sono tra noi e sono pericolosi: sono irritabili, alienati, compulsivi. In una parola, drogati. Sono i workaholic: la loro droga si chiama lavoro e gli esperti sono concordi nel considerare questo tipo di dipendenza un vero e proprio disordine comportamentale. I sintomi sono inconfondibili: estrema dedizione all’attività lavorativa, che porta a lavorare ben oltre le canoniche otto ore al giorno, e a farlo nel weekend, in vacanza e durante le feste comandate; tendenza a non assentarsi mai dal lavoro, anche in caso di malattia; perenne ansia da prestazione, ipercompetitività e incapacità a delegare; sacrificio delle altre dimensioni del vivere, famiglia e affetti compresi. Il workaholic non solo lavora troppo, ma lo fa in modo compulsivo, allo scopo di contenere l’ansia e ridurre i sensi di colpa che prova nei momenti improduttivi.

La work addiction per molto tempo è stata un fenomeno sottovalutato, ma la sua diffusione nelle società occidentali ha cominciato ad allarmare gli esperti e ha portato all’elaborazione di numerose strategie per il recupero dei dipendenti. Tra quelle più recenti e innovative, sicuramente c’è il downshifting: mutuato dall’inglese downshift, scalare una marcia, il termine rimanda alla possibilità di scegliere volontariamente uno stile di vita meno incentrato sul lavoro. Nulla a che vedere con la vita ai margini: chi teorizza il downshifting sa che la gran parte delle persone deve lavorare per vivere e che il lavoro può essere un’esperienza positiva. Al contempo, però, il lavoro non deve diventare l’unica fonte di gratificazione, e l’obiettivo delle pratiche di downshifting è proprio quello di riappropriarsi del proprio spazio-tempo per ritrovare dimensioni di appagamento al di là della vita professionale. In alcuni casi, si tratta di una trasformazione radicale, che comporta non solo un nuovo lavoro, ma anche un cambiamento di abitazione e di contesto sociale.

In Francia sono moltissimi i manager che a un certo punto della loro vita hanno deciso di trasferirsi al mare o in campagna (neoruraux, neorurali). In Italia negli ultimi mesi sono usciti numerosi saggi dedicati all’argomento come “Adesso Basta” (ndr ne abbiamo parlato due numeri fa con l’autore, Simone Perotti). Naturalmente, il downshifting non è facile e non è alla portata di tutti: chi ha fatto una scelta simile, racconta di aver dovuto subire l’ostilità dei colleghi al momento dell’abbandono, di aver patito la solitudine in un mondo che continua a lavorare freneticamente, e soprattutto di aver dovuto affrontare numerose difficoltà legate al sacrificio economico (leggete a pagina 52). Come tutte le dipendenze anche quella dal lavoro ha bisogno di un lungo processo di disintossicazione, e per affrontarlo sono indispensabili coraggio, tenacia e pianificazione.

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