Io sto con gli armadilli

di Caterina Tonon

Di questi tempi in cui si pontifica su concetti come flessibilità, performance e produttività, le parole leggere di Paolo Rondanini potrebbero avere un effetto straniante. Eppure dà un certo sollievo sentirlo ragionare, tra un bicchiere di vino bianco e una sigaretta sapientemente arrotolata, della piacevolezza di non appartenere alla schiera dei realizzati, del tedio come slancio alla creatività, dell’assurdità di ricercare una normalità che in fin dei conti non esiste. E di soffitti spioventi da cui a volte cadono le stelle, ma senza la condanna di dover esprimere un desiderio.

Data di nascita:
27 maggio 1983
Quand’eri bambino cosa sognavi di fare da grande?

Volevo fare il benzinaio.
E invece?
Invece ho un diploma da perito informatico e una laurea in Economia. E un lavoro come operatore sociale con i bambini affetti da autismo.
Come nasce la tua passione per il disegno?
Da piccolo leggevo tantissimi fumetti. Ho cominciato a disegnare sui banchi di scuola. Durante le lezioni disegnavo facce, facevo caricature. Quella di un professore è finita a mia insaputa sulla copertina del giornale della scuola, un trauma da cui non mi sono mai ripreso. Finiti gli studi, è arrivato un lavoro con molti tempi morti. Facevo disegni in scala ridotta e li ingrandivo con la fotocopiatrice. In quei mesi ho avuto l’opportunità di sperimentare tutta la terrificante potenza di una Xerox.
Chi consideri i tuoi maestri?
Ammiro Sergio Toppi, Massimo Mattioli, Jacovitti, Gipi, ma il più grande rimane Hugo Pratt.
Quali sono le tue fonti di ispirazione?
In giro ci sono soggetti fenomenali: ne osservo la fisionomia, catturo i dettagli. Soggetti, ma anche oggetti. Persino una graffettatrice può essere una fonte di ispirazione, dipende da quanto ti stai annoiando e quanta voglia hai di staccare gli occhi dal soffitto.
Qual è l’illustrazione che sogni di realizzare?
Quella che di sicuro non realizzerò mai. La soddisfazione per le cose fatte è sempre effimera.
Come ti immagini tra vent’anni?
Faccio fatica ad avere aspettative, a fare progetti a lungo termine. Le cose vanno comunque in modo diverso. Probabilmente tra vent’anni sarò un panzone con un mutuo che spera che l’Italia faccia meno schifo del solito ai mondiali. Ma mi conforta il fatto che oggi ci siano splendidi cinquantenni che mi fanno tunnel quando giochiamo a calcetto.
Tre aggettivi per descriverti…
Pigrissimo, vago, risoluto.
Che cos’è per te la creatività?
Mi hanno insegnato che non si inventa niente. Essere creativi significa intuire, associare, concettualizzare. Cercando di non abusare della “legge del porco”.
Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi della tua passione?
Considero una risorsa, quando osservo una scena quotidiana, il processo mentale con cui la guardo, la filtro, la assemblo, le impedisco di scivolare via. Allo stesso tempo però – e questo è l’aspetto negativo – c’è sempre una mediazione, una distanza.
Se fossi un animale, saresti…
Un armadillo. In America Latina usano il loro guscio come cassa armonica per gli strumenti a corda. Morire e diventare musica mi sembra molto bello.
Non esci mai senza…
Il dubbio di essere vestito da scemo.
Quale libro c’è sul tuo comodino?
Bernice, la gallina fischiona di Ezie Crisler Segar, ritradotto da Daniele Benati per L’Accalappiacani.
Qual è la tua colonna sonora in questo periodo?
ConFusione di Franco Battiato e Pgr.
Cosa fai nel tempo libero?
Gioco a calcetto, vado all’opera. Cose così.
Quando ti senti soddisfatto?
In quei rari momenti in cui riesco a combinare qualcosa, a sentire qualcosa, a dire qualcosa.
Cosa non sopporti?
Quasi tutto, ma forse è colpa dell’afa. Però anche l’afa alla fine ha un suo fascino.
La tua paura più grande.
I parafulmini.
A cosa non rinunceresti mai?
Alla mia panca per gli addominali. Ci tengo così tanto che non l’ho mai usata.
Esprimi un desiderio.
Vorrei un altro bicchiere di vino, che c’ho un po’ di arsura con tutto questo parlare.

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