Etica d’impresa in tempi di crisi

Il sogno di un’economia che leghi etica ed impresa

Il sogno di un’economia che leghi etica ed impresa

di Federico Parmeggiani

Dal momento stesso in cui si è iniziato a parlare d’impresa in un’accezione moderna ci si è costantemente posti un interrogativo di non facile soluzione: può un’impresa che opera secondo logiche capitalistiche essere anche etica? Per cercare di dare risposta a questo interrogativo bisogna intendersi su quale sia lo scopo dell’attività d’impresa. Un’impresa responsabile e moderna non dovrebbe avere come unico scopo la massimizzazione del valore per degli azionisti – il cosiddetto shareholder value – e farsi carico solo delle pretese dei soci, lasciando ad altri enti (lo Stato, il sistema giudiziario, etc.) la tutela di ogni altro soggetto che viene a contatto con essa. Al contrario: invece di privilegiare facili ma effimere prospettive di guadagno nel breve periodo, deve promuovere una crescita durevole nel lungo termine e soprattutto farsi carico, tramite apposite politiche, anche di tutti quei soggetti – detti stakeholders – sui quali a diverso titolo incide la propria attività produttiva. Rientrando negli stakeholders categorie di soggetti molto eterogenee (i dipendenti, gli obbligazionisti, i clienti e fornitori e più in generale il territorio e la comunità in cui l’impresa è collocata), le imprese si trovano difronte a un’ampia scelta in merito alle iniziative etiche: da benefits per i dipendenti, alla ideazione di procedure commerciali a garanzia di clienti e fornitori, fino alla riduzione dell’impatto ambientale dell’impresa.

Ma di fronte a questa molteplicità di scelta, su cosa si fonda la strategia etica che un’impresa decide di perseguire? Pone l’accento sulla coerenza Giovanni Orlandini, Amministratore delegato di Car Server, impresa leader nel settore del noleggio a lungo termine e nella gestione del parco veicoli, che sul piano sociale, oltre al sostegno allo sport e alla ricerca in campo medico, ha ultimamente messo a punto un sistema di tariffe agevolate per venire incontro alle famiglie colpite dalla crisi. Secondo Orlandini: “Ci deve essere coerenza tra l’etica dichiarata e l’etica praticata: le imprese sono tenute a realizzare ciò che proclamano. Questa coerenza noi l’abbiamo sempre avuta, e si basa sull’assunto che essere radicati in una comunità significa dare e avere: è quindi giusto che una parte del proprio valore aggiunto sia restituito al territorio di cui si è parte, soprattutto alle sue giovani generazioni. Per questo siamo molto fieri del sostegno che diamo allo sport giovanile: abbiamo supportato anche Razzoli quando era ancora solo un giovane promettente che necessitava di un pulmino per andare a fare le gare”.

A questa riflessione fa eco Marco Pederzini, Direttore Assicurazione, Qualità, Processi Aziendali e Sistemi Informativi di Emak, società quotata in Borsa, tra i migliori player in Europa nella produzione e distribuzione di macchinari per la cura del verde, che, unica tra le imprese quotate del settore, può vantare ben tre certificazioni: la ISO 9001 (dal 1996) per la qualità, la SA 8000 (dal 2006) per l’etica nel business e la ISO 14000 (dal 2006) per la sostenibilità ambientale. Per Emak l’etica si è sviluppata di pari passo con l’azienda: “Il percorso verso la quotazione in borsa nel 1998 – puntualizza Pederzini – ha comportato una crescente consapevolezza delle responsabilità di una grande impresa e la conseguente attenzione per le tematiche etiche implicate. Gli obblighi di trasparenza previsti per le società quotate e l’interesse che gli investitori istituzionali ripongono nella responsabilità delle imprese in cui investono hanno ulteriormente incentivato le nostre attività etiche d’impresa”. Per quanto invece concerne l’etica come sostenibilità ambientale del proprio business, tramite la costante adozione di soluzioni eco-friendly, un posto di primo piano merita anche Granitifiandre, impresa quotata con una forte presenza in USA e nel mondo, esponente di spicco di quel settore ceramico che ha sentito la crisi ma che è anche fucina di idee per rilanciarsi e reinventarsi.

Come ci tiene a precisare Graziano Verdi, Presidente e Amministratore delegato: “Uno dei principi del dott. Romano Minozzi, fondatore e maggior azionista di Granitifiandre, consiste nell’equazione Ecologia = Economia: sin dalla metà degli anni ’80, ci siamo dotati di sistemi di recupero totale degli sfridi di lavorazione e delle acque di ricircolo, per eliminare ogni spreco di risorse naturali. Abbiamo quindi investito in prodotti ecocompatibili ed ecosostenibili: nei nostri laboratori disponiamo di circa 80 diversi materiali con un contenuto superiore al 40% di materie prime provenienti da recupero”. Sulla risposta del mercato globale a tale attitudine precisa che “queste soluzioni ecologiche hanno consentito al brand Granitifiandre di mettersi in luce soprattutto nei lavori di edilizia pubblica in paesi più sensibili a questi temi come gli USA, ottenendo un ottimo ritorno sia in termini d’immagine che di ordinativo”. Ma quale rapporto intercorre tra etica d’impresa e la legge? Innanzitutto, dal momento che la legge detta di per sé una tutela di base per vari stakeholders (si pensi alle normative sul lavoro dipendente o in materia ambientale), l’etica d’impresa non può ridursi al mero rispetto delle normative vigenti, che rappresentano uno standard etico minimo obbligatoriamente richiesto a chiunque operi sul mercato, ma deve consistere in tutele ulteriori volontariamente aggiunte a quelle prescritte. Giovanni Orlandini non ha dubbi a riguardo: “Le politiche etiche debbono essere qualcosa di aggiuntivo e non sostitutivo del rispetto delle leggi, anche di quelle che per assurdo penalizzano l’impresa: la legalità è la precondizione per la realizzazione di ogni politica etica”.

La legge non deve però restare totalmente estranea o indifferente alle iniziative etiche, dovrebbe incentivarle o per lo meno non ostacolarle, specie in termini fiscali e burocratici. “Le normative – chiarisce Marco Pederzini – sono per l’impresa di grandi dimensioni uno stimolo ad arricchire continuamente il proprio sistema di governance, senza che i costi di adeguamento comportino un peso eccessivo. Possono invece essere penalizzate le imprese medio-piccole: in questo caso infatti l’adeguamento normativo richiede l’impiego di risorse che potrebbero essere sottratte a progetti etici”. Aggiunge Graziano Verdi, che le normative sono addirittura “un aiuto e un punto di riferimento per l’applicazione delle varie disposizioni sia in materia di sicurezza sul lavoro che di amministrazione”. “Tuttavia – continua – per essere correttamente recepite e sviluppate richiedono professionalità adeguate e un impegno costante degli organi preposti e delle associazioni, che tramite incentivi alla formazione contribuiscano a creare un maggiore senso di responsabilità”. Va infine sottolineato che le iniziative etiche sono rimesse unicamente alle decisioni dell’impresa e possono essere sospese senza che i beneficiari abbiano voce in capitolo, essendo l’unico deterrente il biasimo del mercato e il danno all’immagine che potrebbe derivarne. Quest’ultimo rilievo assume un’importanza notevole in un momento di crisi, in cui la riduzione spesso drastica dei profitti spinge a tagliare in primo luogo le voci di costo non strettamente connesse al processo produttivo, quali sono, da un punto di vista meramente contabile, le politiche etiche. In alternativa a questa ricostruzione pessimistica, è tuttavia possibile che per molte imprese l’impegno profuso nell’etica d’impresa sia divenuto una sorta di marchio di fabbrica, quindi una ricchezza da salvaguardare anche quando il vincolo di bilancio si fa più stringente. Di questo parere è Marco Pederzini: “Anche in anni difficili abbiamo mantenuto tutti i nostri investimenti in politiche etiche e di sostenibilità ambientale, perché al di là di ogni retorica una simile coerenza è necessaria per l’integrazione dell’impresa nel proprio territorio e la produzione di valore costante nel tempo per azionisti e stakeholders. Se un’impresa prevede, attua e divulga politiche etiche che concernono la filiera produttiva e la comunità di cui è parte, è sempre premiata. Al contrario, è sufficiente un comportamento non in linea con queste policy per modificare in negativo la reputazione aziendale nella percezione del mercato e dei consumatori”.

E la crisi può addirittura incentivare ulteriori investimenti in iniziative sostenibili: “Soprattutto in questi tempi di grandi trasformazioni – sottolinea Graziano Verdi – una politica di sostenibilità ecologica va perseguita: nel 2008 abbiamo approvato un piano d’investimento di 12 milioni di euro per l’acquisto di nuovi impianti produttivi in grado di ridurre sensibilmente le emissioni per unità di prodotto. Abbiamo inoltre sviluppato una metodologia innovativa per la produzione di nuovi materiali in grado di migliorare la qualità dell’aria, generando un prodotto fotocatalitico in grado di abbattere gli inquinanti organici ed inorganici e eliminare le cariche batteriche”. Conclude quindi con convinzione Giovanni Orlandini di Car Server: “Se si ha una visione almeno di medio periodo e se non si ritiene l’etica solo un modo signorile di stare sul mercato, ma un modo di rapportarsi con la comunità di cui si è parte, essa si rivela un vantaggio competitivo anche durante la crisi”. In definitiva, nonostante la crisi, sembra che le iniziative etiche siano un valore da salvaguardare, un asset prezioso che può contribuire alla permanenza di un’impresa in sella al mercato.

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