Un mese con Enrico Bertuzzi

C’era una volta… «l’opinione che il made in Italy avesse il valore che noi oggi attribuiamo al made in China: nessuno pensava che da qui potessero arrivare prodotti di lusso. Mia nonna, però, aveva vissuto una vita tra le pelli che suo padre importava da tutto il mondo, e voleva usarle per realizzare vestiti. Quando si trattò di scegliere un marchio, si inventò un quasi-anagamma del suo nome, Enrichetta Bertuzzi, in chiave franco-teutonica». È così che, 53 anni fa, inizia la storia di Hettabretz, un’azienda che veste personalità tra le più importanti del mondo rimanendo sempre a conduzione familiare, elevando l’eleganza a un’arte riservata a pochissimi eletti e ritagliandosi una nicchia talmente riparata da arrivare ad avere «uno, forse due competitor, non di più». Lontano dal jet-set internazionale, in uno stabile alla periferia di Bologna in cui convivono scampoli, tavoli da modelleria e una preziosa collezione di opere d’arte provenienti dall’estremo Oriente: è qui che ogni centimetro di pelle è stato lavorato con cura per vestire dive del cinema del calibro di Audrey Hepburn, famiglie reali, capi di stato e sultani. È una storia di lusso e concretezza, quella che ci racconta Enrico Bertuzzi: è lui, a 31 anni, alla guida di Hettabretz nel ruolo di consigliere esecutivo, assieme al padre Paolo, il presidente dell’azienda, e al fratello Federico. «Qui produciamo qualche migliaio di capi all’anno e lavoriamo in cinquantasei. Ma sono solo otto le persone che all’interno effettivamente mettono mano alla finitura delle confezioni: il nostro – spiega – è soprattutto un lavoro di creatività, di ricerca delle migliori materie prime e di organizzazione di risorse produttive di eccellenza». Non è azzardato dire che chi lavora in Hettabretz sia un’artista: i capi della linea HB Uomo vestono la quotidianità degli uomini più potenti del mondo, il know how aziendale è stato messo a disposizione delle griffes più importanti, e i capi sono venduti nelle boutique più esclusive. Tra viaggi d’affari nelle terre dei nuovi ricchi e amore per l’arte, destreggiandosi tra richieste eccentriche e piani di sviluppo, ecco il racconto di un mese passato con Enrico Bertuzzi.

MARTEDÌ 2 APRILE, ORE 11
L’estrema raffinatezza, i materiali pregiati e la cura al dettaglio pongono Hettabretz su un altro pianeta anche rispetto alla serialità forzata delle grandi marche del lusso. Questi prodotti non sono per tutti, e – conferma Enrico – «i nostri clienti hanno esigenze molto particolari: chi compra i nostri capi ha ovviamente un reddito molto elevato, ma anche un grande amore per la bellezza, il lusso e lo stile». Ragionare su produzione limitata e prezzi da capogiro si traduce ovviamente in richieste molto particolari: «Realizziamo anche qualche centinaio di capi su misura – racconta – e spesso sono le cose più divertenti da creare. Poco tempo fa, un nostro cliente cinese ci ha chiesto un blouson da motocicletta in nappa decorata con enorme un dragone in pelle di coccodrillo stampata in serigrafia in quattro colori, e ha voluto che gli occhi del dragone fossero realizzati con due diamanti da tre carati ciascuno. Parliamo di una creazione unica, con un prezzo a diversi zeri». Ma non c’è tempo di rimanere sbalorditi davanti a cifre del genere, o ai mantelli in cincillà rivestiti in foglie d’oro chiesti dal sultano del Bandara. Ciò che conta, per Hettabretz, è che i clienti così siano soddisfatti: e questo, confessa Enrico, «può avvenire solo lavorando con standard di grande qualità, sia nella creazione del prodotto che nel rapporto con compratori, fornitori e tutti i soggetti coinvolti nella catena di valore».

SABATO 6 APRILE, ORE 19
La valigia è pronta, e un ultimo sguardo all’agenda racconta di un viaggio fitto di impegni: «Mi attendono diversi incontri a Pechino, Shanghai e Hong Kong – spiega Bertuzzi – Parlerò con importanti professionisti del settore, e prevedo ottimi sviluppi». Inutile chiedere lumi sull’identità di queste persone: Enrico ci dice qualcosa solo di uno di loro. «Incontrerò di nuovo un mio partner cinese, di 40 anni – spiega – È un figlio di pescatori, eppure ha creato un’azienda da 800 dipendenti che realizza un prodotto fantastico per qualità e maestranze». Dal loro incontro, e dalla fusione di capacità diverse, è nato da tempo un nuovo marchio: «Stiamo lavorando per costruire una strategia per entrare sul mercato cinese: produrremo una collezione dedicata – spiega – Molte saranno le scelte di strategia e prodotto che dovremo affrontare».

VENERDÌ 12 APRILE, ORE 15
Il mondo degli affari è fatto anche di luoghi da interpretare. Uno di questi, per Enrico, è la Cina. «Negli ultimi due anni sarò stato qui almeno sette volte, ma questo posto continua a cambiare a una velocità incredibile – racconta – Qui i club riservati vanno molto di moda nella upper class, e con uno dei miei contatti stiamo cercando di far conoscere i nostri capi ai soci di uno dei private member club più esclusivi di Pechino. Affaccia sulla Città Proibita, e per accedere serve un patrimonio personale di oltre 130 milioni di euro, oltre alla vicinanza al Governo centrale». Non dice altro, Bertuzzi, lasciandoci con una vaga sensazione di esclusivo e di porte che si schiudono solo per pochi eletti.

MERCOLEDÌ 17 APRILE, ORE 10
Viaggi continui, da un capo all’altro del mondo: è un lavoro faticoso, ma Bertuzzi sembra divertirsi molto. «Sono contento, certo, anche perché i risultati sono ottimi – spiega – Dal 2007 al 2012, mentre quasi tutte le aziende venivano travolte, Hettabretz è cresciuta: inutile negare che il nostro settore abbia sentito la crisi meno di altri. Ma non è questo l’unico motivo per cui sono soddisfatto della nostra attività: per me Hettabretz è una bandiera dell’eccellenza italiana, e sono contento di essere tornato a difenderla». Tornare, sì, perché Enrico ha lasciato un lavoro da consulente alla Ernst & Young tra l’Italia e la Gran Bretagna. «Un’esperienza fantastica e ricca di grandi opportunità cui ho dedicato i giorni e le notti per quattro anni della mia vita. In fondo, ho sempre pensato che alla fine sarei tornato qui, ma mi sono anche divertito a provare altro e a cercare occasioni inaspettate. Ora il mio impegno è diverso: lavoro molto, passo tre mesi all’anno in viaggio e ho più responsabilità di prima. Provo a gestirle al meglio anche perché non credo che essere il figlio del presidente mi abbia aiutato: lavorare con dedizione e competenza non si eredita con il sangue, ma si ottiene con volontà, impegno e fortuna».

LUNEDÌ 22 APRILE, ORE 12

Partita dalle collezioni donna, Hettabretz si sta focalizzando sempre più sulla moda maschile e, allo stesso tempo, non sembra troppo interessata a far conoscere il proprio marchio al grande pubblico. Enrico ci spiega le ragioni di queste scelte: «Il mercato della moda femminile è straniante – afferma – In questo settore il successo non è dato da uno stile unico, quanto dalla capacità di essere mediatici. Sull’uomo abbiamo due competitor al mondo, mentre sulla donna ci scontriamo con aziende che, forti di investimenti milionari in comunicazione, hanno plasmato il gusto delle consumatrici. Per la nostra esperienza, la donna è più sensibile all’idea del marchio rispetto all’uomo, che invece ha un acquisto maggiormente legato all’eccellenza del prodotto e, di conseguenza, una visione più simile a quella portata avanti dal nostro brand».

MERCOLEDÌ 24 APRILE, ORE 19
Il viaggio che sta per iniziare è, per Bertuzzi, il compimento del lavoro di un anno: da tempo, infatti, Hettabretz sta progettando l’apertura del suo primo negozio monomarca. «Abbiamo lavorato con un noto architetto italiano, scelto i materiali e aggiunto all’organico un manager esperto nell’espansioni delle reti retail – spiega – Il nostro primo store sta per diventare realtà, sperando che possa essere il primo di una limitata ma preziosa serie».

E domani?
Nonostante il settore del lusso abbia risentito meno di altri della crisi, nemmeno questa nicchia è completamente al sicuro. «Per questo – spiega Bertuzzi – vogliamo acquisire strutture produttive». Solo una piccola parte dei capi vengono lavorati nella struttura di Bologna; mentre «per la maggior parte sono realizzati in altri tre laboratori, uno di nostra proprietà e gli altri due in corso di acquisizione». E aggiunge: «Il nostro successo dipende in maniera strutturale dalla capacità delle maestranze: non avremmo mai raggiunto questi risultati senza la combinazione di creatività e innovazione con le risorse e le competenze dei nostri distretti produttivi. Quello che abbiamo fatto non avremmo potuto realizzarlo altrove». Il made in Italy insomma non è solo un’etichetta, ma descrive una professionalità che nessuna fuga all’estero potrà mai compensare.

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