David Reimondo

Il nostro tema del mese è Codice. Si può parlare di codici in ambito artistico? E nella tua ricerca, in particolare?
Codice è una parola che possiede un ampio spettro di significati, dall’uso antico di scrivere su tavolette ricoperte di cera – i codici, per l’appunto – al computer e ai moderni sistemi informatici. In arte i codici assumono generalmente un valore metaforico. Nella mia ricerca, l’accostamento di diversi grafemi secondo regole grammaticali genera una nuova lingua. Il mio interesse non è rivolto al dato tecnico: i codici servono per andare oltre.

Per anni il tuo lavoro è stato legato al pane, utilizzato sia per opere a carattere parietale che per installazioni e performance. Quali i significati? Come hai cambiato rotta?
Nella cultura occidentale il pane è metafora del corpo. L’ho impastato, manipolato, tostato… Ora il centro della mia ricerca è il pensiero, metaforicamente rappresentato da una nuova lingua. Spesso mi si chiede perché io abbia abbandonato la ricerca del passato, ormai riconosciuta e apprezzata sul mercato: è stata un’esigenza personale, il naturale prosieguo di un percorso che avevo iniziato diversi anni fa con le Anime e le Cellule. Quando un artista, soprattutto in Italia, viene identificato con un determinato lavoro, è difficile cambiare. Mi sono trovato di nuovo all’inizio – certo facilitato – ma di nuovo all’inizio.

Che dire della tua nuova produzione?
Dall’intuizione iniziale alla prima mostra il percorso è stato molto lungo. È stato necessario abbattere tutti gli schemi precostituiti per poter ricominciare. Nella prima fase ho disegnato i simboli che rappresentano gli stadi della vita, il corpo, la percezione, le emozioni, i sentimenti e il fare. Questi grafemi sono stati collegati a formare parole, per cui è stato necessario produrre un dizionario. La seconda parte si è concentrata sulla grammatica, più semplice di quella italiana, ma completa. Attraverso l’ausilio di un programma posso ora scrivere al computer nella mia lingua. Sono poi venuti il suono e la poesia. A volte un artista ha bisogno di regole molto rigide per poi abbandonarle.

Come funziona la Macchina delle parole?
È un’opera da toccare, uno strumento che mi ha permesso di unire i simboli secondo una logica. Ha un valore didattico perchè attraverso l’uso del colore, guida lo spettatore nell’individuazione delle possibili connessioni e dunque nella formulazione delle parole. Ispirata all’iPad e agli altri strumenti messi a disposizione dalla tecnologia, ha anche uno spiccato carattere ludico, che ricorda i pallottolieri.

A chi sono rivolte le tue opere? Che ruolo ha lo spettatore?
Il ruolo dello spettatore è assolutamente attivo, le opere devono essere usufruite. Tra le persone che mi seguono ci sono certo moderni esploratori ed esperti di Settimana enigmistica, ma anche e soprattutto persone normali, che rimangono spiazzate nel momento in cui viene loro tolta la sicurezza data dalla lingua. Senza punti di riferimento, devono ricominciare da capo. Chi desidera capire dove sto andando, deve monitorare il mio lavoro con continuità. Le mostre che verranno saranno tutte concatenate, singoli fotogrammi di un unico film. E qui si palesa il mio background cinematografico… (ride, ndr). Si tratta di un lavoro di ricerca in divenire, che io stesso interiorizzo passo dopo passo, nel tempo.

Perché inventare un nuovo linguaggio?
Il mondo sta cambiando, è un dato di fatto. Per crearne uno nuovo dobbiamo abbattere tutte le categorie che abbiamo costituito. Dobbiamo tornare bambini per avviare un nuovo processo di crescita. Una nuova lingua per una nuova società.

Credo che un artista dovrebbe cercare di prevedere il futuro o, quantomeno, di leggere il presente. Il mondo cambia? Mi rapporto con il mondo…
Per questo nuovo progetto hai scelto un percorso non canonico, ai margini delle gallerie e del mercato: perchè?
La scelta è stata dettata dal lavoro stesso. Soprattutto all’inizio cercavo dialogo e scambio, nuove energie con le quali confrontarmi. Il mio studio è diventato un salotto e un luogo dove vedere le opere in anteprima. La galleria corrisponde a uno spazio già codificato, nel quale il progetto entrerà certamente in seguito. In galleria c’è il pubblico, in atelier ci sono gli amici.

Dopo il corpo e il pensiero?
Arriverà finalmente l’interazione con altri corpi pensanti, ultima tappa di un percorso avviato con le Anime e le Cellule. Cinque punti come le dita di una mano; numero simbolico e alchemico.

Progetti per il futuro?
Dopo la prima presentazione pubblica a Torino, in occasione di Artissima 2012, nel 2014 si terrà una mostra personale in una galleria privata. Date e location sono ancora in via di definizione.

L’opera che vorresti vedere ogni mattina?
Quadrato bianco su fondo bianco di Malevic. Un artista che, nel 1918, ha abbattuto ogni schema, anticipato il taglio di Fontana, dato vita a un cortocircuito logico. Il suo lavoro è estetico, concettuale, viscerale..

Un sogno nel cassetto?
Proiettare un’ombra cinese sulla luna. Un progetto tecnicamente realizzabile, ma che richiederebbe qualche investimento.

0
0

0 Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.