Denis Riva

Rapporto con la natura, recupero compulsivo, sperimentazione senza sosta. Pittura, disegno, incisione e installazione: tanti linguaggi che confluiscono in un unico percorso di ricerca, che odora di libro antico e di bosco, ma stringe sul contemporaneo. Senza compromessi

Il petrolio non è un topos artistico ricorrente. Ma questa sostanza potrebbe richiamare la poetica della macchia che caratterizza la tua opera…
Fin da bambino ho sempre immaginato cose, osservando le macchie di olio o di benzina sull’asfalto, anche le muffe nei muri o gli intonaci rovinati. Con lo stesso concetto analizzo e studio le macchie che creo, versando il mio lievito madre sulla carta. Direziono e sovrappongo le colature per creare immagini, a partire dall’acqua in cui faccio macerare i pennelli. Un liquido prezioso, che non lascio mai esaurire e rigenero continuamente. Al di là della macchia, devo dire che il petrolio non ha nulla a che fare con il mio stile di vita, rivolto costantemente al recupero. Un pensiero quotidiano paragonabile a quello di una formica. Il petrolio, invece, è lo schifo che ricopre la terra e gonfia di miseri soldi gli eterni malvagi dei quali tutti siamo schiavi. Me compreso, purtroppo.
Nella tua ricerca lo scarto viene portato a nuova vita, dalle carte antiche ai pennelli consunti, che confluiscono tutti nell’installazione che Non è da annaffiare. Di cosa si tratta?
Quanto è affascinante lo scarto! Da sempre lavoro, ricerco e recupero carte antiche, perché più reali. Molte delle mie collezioni sono realizzate su vecchi carteggi o vecchi libretti di lavoro. Per me la carta è sacra, così come i pennelli in pensione, che vanno a comporre delle piante che crescono con il passare del tempo, ma che, appunto, non sono da annaffiare…
Negli ultimi anni ti sei avvicinato all’incisione. L’idea del recupero è centrale anche in queste nuove opere?
Un paio di anni fa ho conosciuto lo stampatore fiorentino Lorenzo Bencini, che ha avuto voglia di dialogare con me e di perdere tempo su alcuni progetti. Da quel momento, carico di idee, ho iniziato a fare sperimentazioni in ambito calcografico, lavorando sul retro delle lastre utilizzate da altri artisti, sulle micro incisioni o sulle molteplici battute con lastre ritagliate. Un percorso romantico che mi tiene legato al passato e mi fa incontrare persone interessanti.
Le tue incisioni all’acquaforte, come spesso accade alle tue opere, sono raccolte in un libro (Alieni di pianura, Logos Edizioni, 2011) Com’è nato il progetto?
Adoro e odoro i libri; credo che siano una parte fondamentale per comprendermi. Mentre realizzo una collezione penso già a come trasformarla in un oggetto stampato, perché desidero catalogare ogni mio ciclo. Alieni di pianura è una raccolta di incisioni con brevi racconti, un piccolo volume che, per grafica, illustrazioni e carta, si potrebbe immaginare nella vetrina di una vecchia libreria inglese.
Progetti in cantiere?
Mi è un po’ difficile parlare in modo sintetico dei miei cantieri (ride, ndr). Ho sempre lavorato contemporaneamente a molti progetti. Ultimamente passo da grandi ritratti di animali a disegni realizzati tamponando il mio pavimento, ad assemblaggi di legno e sovrapposizioni di timbri o caratteri mobili che diventano immagini, fino alla progettazione di sciarpe multiuso… La mia ricerca è un continuo senza fine.
Dove potremo vedere le tue opere?
Il posto migliore per vedere le mie opere, come dico sempre, è il mio studio. Con la Galleria D406, che mi rappresenta, parteciperò alle fiere di Torino e di Parigi. Nel 2013 terrò, inoltre, due personali allestite presso la Galleria il Carbone di Ferrara e la Galleria Gour-Benforti di Bastia, in Corsica.
Da qualche giorno hai uno studio tutto nuovo in Valdobbiadene. Oggi un artista può vivere lontano dai centri riconosciuti dell’arte senza precludersi opportunità importanti?
Ho vissuto per trentatre anni in quello che chiamo Ganzamonio, il triangolo bermudale-emiliano delimitato da Bologna, Modena e Ferrara. Non penso di essermi precluso opportunità importanti solo perché il mio studio era a Palata Pepoli, un piccolissimo paese in campagna. Ho avuto la possibilità di lavorare e di proseguire nel mio percorso. E quando mi va, vado in città. Dopo anni di ricerca, ho trovato un posto che forse riuscirà a esaudire i miei desideri lavorativi e di vita. Così ora sono davanti al camino di una casa su una collina, in alto Veneto. Scendendo a piedi per uno stradello circondato dal bosco si arriva nel mio nuovo studio, che condivido con MimiCoco Design, in una specie di Combo Magic.
Oltre che artista sei anche sassofonista dei Trabant Mobil e hai recentemente partecipato a una mostra dedicata a Michelangelo Antonioni. Come convivono le tue diverse passioni?
Ho sempre cercato di far convivere e mantenere forti dentro di me le passioni più grandi, come la musica e il cinema. È stato dunque inevitabile che le ricerche trovassero punti di incontro, come nel caso di Timbrologie Occulte Non Sostituibili, una performance dove si fondono istinto, ritmo e immagine.
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