Tutto questo non è un film

Come nasce il progetto del documentario Isqat al Nizam – Ai confini del regime?

Nel giugno del 2011 il produttore Roberto Ruini mi chiamò, sull’onda delle rivoluzioni in corso nel mondo arabo.
L’idea era quella di raccontare una rivolta della quale nessuno parlava. Iniziammo quest’avventura mentre sul confine turco-siriano arrivavano 20mila profughi: entrare in Siria era impossibile, quindi cominciammo proprio dagli agghiaccianti racconti dei rifugiati. Fui colpito dalla quantità di video che loro stessi avevano girato come testimoni oculari della repressione di Bashar Al-Assad nei primi tre mesi della rivolta.
Volevate rompere il silenzio, insomma…
Assolutamente. Non tutti sanno che la caratteristica di questa rivoluzione è stata il pacifismo. Nei primi nove mesi, quando i siriani scendevano in strada a petto nudo e protestavano contro il regime con la scelta precisa di non usare armi, nessuno lo metteva in risalto. Si è iniziato a parlare di Siria solo quando è cominciata la lotta armata, con la nascita in Turchia del Free Syrian Army, l’esercito libero siriano, composto soprattutto da disertori, che è rientrato in Siria, armato, lo scorso dicembre.
Cosa rendeva la vita nella Siria di Assad così insopportabile?
Le liberalizzazioni degli ultimi anni avevano portato all’arricchimento di pochi; il sistema educativo era assolutamente parziale e si insegnava ai bambini ad adorare il dio Bashar; inoltre c’era un grande malcontento generato dal sistema della corruzione. Occorreva pagare per ottenere qualsiasi permesso ministeriale, per sostenere gli esami all’università spesso le donne erano costrette ad andare a letto con i professori e la minoranza sciita umiliava e insultava continuamente i sunniti.
Il documentario prende il titolo da una scritta pacifica e inoffensiva (letteralmente, “Il regime cadrà”) comparsa sul muro di una scuola di Dar’a. Bastava cancellarla per mettere a tacere il dissenso. Invece Assad rispose arrestando e torturando dieci bambini. Perché?
Questo fu un errore madornale da parte del regime. La censura nella Siria di Assad era ai livelli della Romania di Ceausescu: Internet era parzialmente oscurato, non si poteva parlare di politica per strada, c’era un sistema di spionaggio che poteva arrivare a coinvolgere persino i propri familiari. Ma la gente non era pronta a tollerare la violenza sui bambini, quindi scese per strada. All’epoca, comunque, il popolo non chiedeva ancora la caduta di Assad, ma solo la concessione di riforme e un miglioramento della vita. Il dittatore, però, decise di reprimere brutalmente le proteste: parliamo di torture, di sequestri e di cecchini che sparavano direttamente sui manifestanti. Tutto questo accadde per la prima volta a maggio 2011 a Jisr Al-Sagur, nel corso di una manifestazione pacifica con 50mila persone, conclusasi con un eccidio che vide persino l’intervento dell’aviazione e dei carri armati. I militari mi spiegarono di essere stati letteralmente indottrinati a sparare sulla folla.
A questo punto ci fu la fuga dei 20mila profughi in Turchia. Che situazione trovasti incontrandoli?
Tra di loro c’erano donne, bambini, anziani, ma anche militari insorti, avvocati, ex detenuti politici e video-attivisti contro il regime di Assad. A loro, però, si unirono anche molte spie e infiltrati, che sabotavano i campi profughi e addirittura rapirono un generale. C’era grande paura e nessuno si fidava di chi gli stava attorno, me compreso. Inoltre le condizioni all’interno del campo erano precarie, anche perché la Turchia non ha mai rilasciato ai profughi i visti da rifugiati.
I video-attivisti che hai citato sono stati fondamentali, come nel Nordafrica, per far conoscere all’opinione pubblica ciò che stava accadendo e non lasciare sola la popolazione. Eppure l’Occidente, a differenza di quanto accaduto in Libia, non interviene…
Il mio film termina con un incontro con il capo dell’esercito libero siriano – che ebbi la fortuna di scovare in un piccolo cortile all’interno di un villaggio, mentre ora cammina con sette uomini di scorta ed è inavvicinabile. Lui non auspica un attacco straniero sullo stile della Libia, ma chiede armi perché possano essere i siriani stessi a combattere e liberarsi. Credo che i ribelli otterranno l’appoggio di Arabia Saudita, Israele e forze occidentali, ma in Siria non esiste un vero proprio fronte internazionalista: ancora oggi i dissidenti pretendono che la loro rivoluzione sia unicamente siriana.
Cosa sarà della Siria?
Non ne ho idea. Il mio film racconta l’inizio della rivoluzione e, onestamente, confesso che non mi sarei mai aspettato che Bashar fosse ancora al comando dopo un anno e mezzo. Sono convinto che, per come si sono messe le cose, sarà costretto a farsi da parte, perché nessuno accetterà un futuro governo guidato da lui o dai suoi uomini. Ma quando cadrà, è un interrogativo senza risposta.

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