Io penso critico

La democrazia italiana è malata? Il suo morbo potrebbe essere il pensiero unico: l’insofferenza al disturbo delle posizioni critiche, l’allergia al pluralismo delle opinioni, la scelta di schierarsi – sempre e comunque – dalla parte del più forte. Esiste una cura per questa epidemia, resistente anche ai cambi di governo e ormai connaturata alla nostra società? Ne abbiamo discusso con alcuni degli intellettuali e accademici che animeranno con le loro riflessioni le Giornate della Laicità di Reggio Emilia, che diventerà per tre giorni capitale mondiale del pensiero critico.

«Da medico, non sono abituato a verità assolute e definitive, ma a consensi, che sono le mie verità finché durano – ci introduce alla questione Carlo Flamigni, direttore scientifico della manifestazione – E, come tutte le cose terrene, cominciano a morire mentre si formano. Il problema nasce quando il pensiero religioso scende sul terreno della razionalità e pretende di dettare le regole. Non ho niente contro chi dice di avere ricevuto il dono della fede, ma se tali persuasioni derivano da un ragionamento razionale, ho diritto di interloquire». Pensiero unico, insomma, fa innanzitutto rima con dogma religioso: lo sa bene don Franco Barbero, che ha pagato per le sue posizioni teologiche irregolari con l’espulsione dal clero. «Il pensiero unico, dal punto di vista teologico, è quello secondo cui non è pensabile progettare oltre un immutabile presente – spiega – Ma è una menzogna, rappresentata continuamente dai media. Bisogna separare la raffigurazione del sacro funzionale agli interessi e agli affari della Chiesa, da quella che vive nei cuori e nel pensiero delle persone. La versione ufficiale della grande Chiesa, colonna della verità, è una finzione: credo che esistano i germi di un pensiero plurale, che fatica ad esprimersi compiutamente ma non si rassegna. La cristologia storica, la teologia femminista e quella del pluralismo religioso, i 500 parroci austriaci che danno la Comunione ai divorziati e benedicono le nozze gay sono esempi sconosciuti ma audaci. E penso che la crisi del capitalismo e del dogmatismo possano aprire nuovi sentieri».

Non solo la religione, però, è a rischio contagio. Il pericolo del pensiero unico si insinua anche in ambiti insospettabili del sapere, come la scienza. «Il metodo scientifico aiuta ad evitare queste derive, poiché gli esperimenti vengono pubblicati e giudicati da propri pari – chiarisce Carlo Alberto Redi, biologo e divulgatore scientifico – Ma la scienza, pur avendo i suoi anticorpi, non è del tutto immune. Ci sono lobby o gruppi accademici che tendono a dettare la linea; ci sono rapporti di potere all’interno delle scuole; ci sono oggetti di studio maggiormente di moda che hanno più facilità a reperire fondi; ci sono errori in buona fede e ci sono anche frodi. Alla lunga, comunque, la verità dei fatti prevale: Jenner dovette vaccinare il figlio per convincere il mondo che il modello imperante fosse sbagliato, ma poi diventò il padre dell’immunizzazione. Penso che il metodo scientifico possa essere una via d’uscita dal pensiero unico, anche applicato ad altri saperi più pesantemente condizionati, come le discipline filosofiche o sociologiche».

È proprio in quest’ambito, infatti, che il pensiero unico ha maggiore presa, funzionale com’è alla sopravvivenza gattopardesca del potere. Chiosa Flamigni: «Il pensiero unico è uno strumento miserabile, che il potere sa utilizzare molto bene per mantenersi». Giungiamo così al caso più attuale di pensiero unico, quella dell’egemonia culturale neoliberista: «Nell’accezione che gli diede Ramonet su Le Monde Diplomatique, si tratta di un’escogitazione ideologica a supporto degli equilibri globali di potere intervenuti dopo il 1973, con la fine del capitalismo amministrato del Dopoguerra e l’ingresso in una fase di turbo-capitalismo – racconta il sociologo e saggista Pierfranco Pellizzetti – Il capitale, perseguendo la deregulation, ha dovuto dimostrare che questa fosse l’unica strada possibile. Ciò ha creato un cortocircuito ideologico per il quale essere poveri è considerata una colpa e si sono scatenate guerre artificiali tra gli ultimi, che distraggono da quello che fanno i primi». La strategia per sottrarsi a questo dominio non può passare dalla sola indignazione: «Il pensiero critico, se non si lega a dinamiche sociali antagoniste, rimane una pura opera di testimonianza, meritevole ma disarmata – conclude Pellizzetti – Ma lottare non è facile, perché l’effervescenza sociale – quella dei movimenti arancioni, dell’onda anomala, delle manifestazioni della Fiom – oggi non trova sponde istituzionali. L’unica speranza è che la politica, oggi subalterna all’economia, riprenda il suo ruolo fondamentale».

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