Pronti a scagliare la prima pietra?

La storiella risale al 1850 e a raccontarla per primo fu l’economista francese Frédéric Bastiat: un ragazzino rompe la finestra di un commerciante che, per ripararla, è costretto a pagare sei franchi al vetraio. I passanti celebrano il piccolo vandalo come un benefattore, perché il denaro speso ha fatto girare l’economia. Ma la loro visione è miope – commenta lo studioso – poiché i sei franchi spesi per il nuovo vetro hanno impedito al malcapitato di comprarsi un paio di scarpe nuove, arricchendo così il calzolaio.

Detta così, sembra facile: eppure, se al commerciante di questa metafora si sostituisce lo Stato, si scopre che il mito della finestra rotta resta ancora oggi uno degli errori più frequenti in economia. «L’esempio di finestra rotta che viene sempre citato è quello della guerra – spiega Massimiliano Marzo, professore di Macroeconomia all’Università di Bologna – Molti sono convinti che le spese militari generino prosperità. Pensiamo invece alla recente polemica sull’acquisto degli F35: se gli aerei vengono dall’estero, non ci sono benefici per l’economia italiana. La Grecia aveva destinato addirittura il 3,5% del Pil alla spesa militare, ma con un impatto decisamente modesto sulla crescita». Quando Bastiat critica la lettura superficiale dei passanti, insomma, ha ragione. Ma svariati decenni più tardi, John Maynard Keynes spiegherà che anche il suo illustre collega aveva sbagliato ottica: «Se ci riferiamo ai privati, l’esempio di Bastiat è corretto – chiarisce Carluccio Bianchi, preside di Economia all’Università di Pavia – Ma non va confuso con la spesa pubblica in deficit. Quando lo Stato costruisce una nuova finestra, non sta spendendo gli stessi soldi che avrebbe speso per comprare un paio di scarpe, ma sta mettendo in moto delle risorse che altrimenti sarebbero rimaste inattive e che possono far uscire l’economia dalla recessione».

Un esempio recente di risorse dormienti è quello del maxi-prestito della Bce alle banche al tasso dell’1%: «Per rimettere in circolo l’economia, come nella favoletta di Bastiat, le banche potevano darli alle imprese sperando che aumentassero gli investimenti – commenta Paolo Bosi, professore di Scienza delle finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia – Ma purtroppo è l’ultima ipotesi a cui stanno pensando».

Una spesa pubblica finanziata da titoli di Stato (magari a livello europeo, con i famosi Eurobond, per evitare di aggravare eccessivamente il debito italiano) può essere dunque davvero una chiave per uscire dalla crisi. Ma per farlo non occorre aspettare un ragazzino con una pietra. «Rompere le finestre è la soluzione più semplice – racconta Marzo – Ma ci sono tante finestre già rotte che possiamo riparare. Per esempio, investendo sulla green economy, o sulla ricerca scientifica biomedicale, o sui trasporti ferroviari». Il problema principale, dunque, non è quanto si spende, ma come. «Un concetto molto importante in economia è quello dei costi-opportunità: quando io faccio una spesa, siccome le risorse non sono illimitate, non posso farne un’altra – sottolinea Silvio Goglio, professore di Economia politica all’Università di Trento – Se per fare lavorare il vetraio non si fa lavorare il calzolaio, questa è un’allocazione inefficiente delle risorse. In Italia si è speso molto ma non bene: compito della politica è proprio stilare una lista di priorità e trovare le spese che hanno le migliori ricadute». È esattamente questo il motivo per il quale il governo Monti ha detto no alla candidatura olimpica di Roma, ribadisce Bianchi: «Il sindaco Alemanno dice che le Olimpiadi sarebbero state benefiche per il turismo e gli affari, ma non tiene conto degli almeno 8 miliardi necessari per realizzarle. Se poi si abbandona una definizione ristretta del Pil come quantità di beni e servizi prodotti e si considera una grandezza più ampia, ci si rende conto che tra i costi ci sarebbe stata anche la cementificazione, il cambiamento dell’aspetto urbano e così via».

È questa, insomma, la principale lezione dell’errore narrato da Bastiat: nella scienza economica, a differenza di quello che fanno i nostri sprovveduti passanti, bisogna sempre tenere d’occhio i costi occulti. O, per usare le parole del transalpino, “ciò che non si vede”. «Non c’è dubbio che, partendo da prima che il vetro fosse rotto, ci sia una perdita secca per l’economia – dichiara Davide Fiaschi, prof. di Economia politica all’Università di Pisa – Ma, nel Pil, questa non viene contabilizzata. Il problema della misurazione della ricchezza in un Paese è molto delicato. Qualche tempo fa, gli operatori forestali calabresi, che venivano assunti a tempo solo in caso di incendio, furono sospettati di provocarli in prima persona. Ma, paradossalmente, questi comportamenti criminali aumentavano il Pil della Calabria, perché non si contabilizzava la distruzione del paesaggio». «Questo discorso è ormai acquisito: lo hanno fatto anche Sarkozy e illustri economisti – chiosa Bosi – Però alla fine conta solo ciò che dice Moody’s…».

0
0

0 Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.