Gabriele Grones

In ambito artistico si parla spesso di autenticità, in relazione a singole opere ed intere produzioni. Che importanza ha la ricerca di autenticità nel tuo lavoro?

Un’opera è autentica se porta con sé l’elaborazione di un’idea. I miei dipinti nascono sempre da una riflessione, alla quale cerco di dare forma per comunicare con il pubblico. L’opera finale deve essere fedele al soggetto che rappresenta, non solo per criteri di somiglianza, ma anche per i principi stessi che quell’immagine incarna.

Se dovessimo ”etichettare” la tua ricerca, il riferimento all’Iperrealismo americano sarebbe d’obbligo, anche se ad una lettura più attenta si percepiscono significative differenze…
La pittura è per me uno strumento di ricerca, mediante il quale indago il soggetto, riportando sulla tela tracce del suo vissuto. Questo procedimento si discosta da quello puramente visivo dell’Iperrealismo americano, che presenta inoltre una forte componente pop. Il mio approccio trae origine da altre esigenze ed è più vicino ad alcune esperienze della tradizione europea.

Come nasce e come si sviluppa una tua opera?
L’opera nasce da una riflessione, che diventa progetto attraverso la scelta del modello e lo studio di illuminazione, inquadratura e composizione. Prima disegno sulla tela e poi intervengo con i colori ad olio. Il mio interesse è rivolto anche all’allestimento, fondamentale per amplificare le suggestioni di ogni dipinto.

L’opera presentata in copertina è frutto di un lungo lavoro. Che ruolo gioca il tempo nella tua ricerca?
“Self-portrait” ha richiesto oltre un anno di lavoro per rappresentare la complessità delle esperienze, delle relazioni e delle connessioni che formano una personalità. La dimensione del tempo è fondamentale anche per i singoli ritratti, che si configurano come cristallizzazioni dei soggetti o trascrizioni pittoriche dei fatti emotivi di cui è costituita una vita.

Nonostante la tua giovane età, hai preso parte a mostre importanti, non ultima la Biennale di Venezia. Come sintetizzeresti il tuo percorso?
Estremamente denso, dagli anni dell’Accademia di Belle Arti di Venezia alle prime mostre, dai progetti curati da Gianluca d’Incà Levis ai riconoscimenti in Italia e all’estero. La scorsa estate sono stato invitato alla Biennale di Venezia – Padiglione Accademie e recentemente ho esposto al Volkskunstmuseum e alla Galerie Maier di Innsbruck. Per il 2012 ho in progetto l’allestimento di “Self-portrait” nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augsburg ed una personale presso la Galerie MZ.

Quali autori sono stati importanti per la tua formazione?
La mia formazione pittorica è legata alla tradizione e ai grandi artisti che ho conosciuto visitando i musei, come Velazquez, Sargent e Sorolla. Amo i testi di Borges, Dostoevskij, Màrquez e, tra i contemporanei, James Frey, il cinema di Scorsese e dei fratelli Coen e poi la musica, dai Led Zeppelin ai Radiohead.

E se non fossi Gabriele Grones?
Vorrei essere Keith Jarrett e suonare ininterrottamente il pianoforte.

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